Giustitzia,  Italiano

Il cortocircuito politico-istituzionale della transizione energetica in Sardegna

Draghi, Todde e il fallimento della governance.

La gestione della transizione energetica in Sardegna non è vittima di un ostruzionismo ideologico o burocratico fine a se stesso, ma rappresenta il collasso strutturale di un modello politico e amministrativo che ha alimentato aspettative irrealizzabili, finendo per determinare un blocco sistemico.

Il peccato originale normativo e la centralizzazione decisionale

La radice dell’attuale caos normativo risiede in una precisa linea di indirizzo politico nazionale di totale deregulation, inaugurata durante la stagione del governo Draghi (culminata in provvedimenti come il Decreto Legislativo 190 e i testi unici sulle FER). Questa impostazione ha sancito il principio delle fonti rinnovabili come opera di “interesse pubblico prevalente”, anteponendole d’ufficio a quasi ogni forma di tutela e pianificazione locale in nome della “necessità e sicurezza nazionale”.

Il culmine di questo approccio centralista si è manifestato quando la Presidenza del Consiglio dei Ministri ha scavalcato d’autorità i pareri contrari del Ministero della Cultura e delle Soprintendenze locali pur di sbloccare progetti fortemente contestati, una linea successivamente blindata dalle sentenze del Consiglio di Stato. Questo impianto ha spogliato i territori della possibilità di salvaguardare i propri beni culturali e paesaggistici, creando un precedente di progressivo smantellamento dei presidi di difesa locale.

Il paradosso della continuità politica

In questo scenario si inserisce un evidente cortocircuito politico e legislativo che tocca i vertici dell’amministrazione regionale. All’epoca in cui a Roma veniva strutturata la governance di massima apertura ai mercati energetici e si scrivevano le regole della deregolamentazione, l’attuale presidente della Regione Sardegna ricopriva il ruolo di viceministro dello Sviluppo Economico. In quella veste, l’indirizzo politico ufficiale era esplicitamente orientato ad “attirare investitori internazionali” e “accelerare sulle rinnovabili”.

Oggi, la medesima figura si trova alla guida del governo sardo con il mandato di difendere il territorio dall’invasione energetica. Questa transizione personale e politica genera un’asimmetria strutturale: la retorica odierna di resistenza istituzionale si scontra frontalmente con le responsabilità politiche della precedente stagione romana, configurando un nodo politico irrisolto che si riflette sulla debolezza delle attuali strategie regionali.

L’inefficacia amministrativa come finta trincea

Se i piani di investimento oggi si arenano, non è per via di una saggia regia politica locale o l’ostruzionismo ideologico di indigeni “nimby”, ma per un’intrinseca insufficienza dell’azione amministrativa della Regione e insanabili errori di fondo nei progetti.

La condotta della giunta si sta dimostrando fragile ed inefficace: i ricorsi legali promossi dall’istituzione regionale vengono sistematicamente rigettati dalle corti amministrative poiché gli uffici insistono nel formulare difese basate su articoli di leggi regionali (come parti della Legge 20) già ampiamente dichiarati incostituzionali oppure fanno ricorsi deboli come dei pro-forma. Manca la capacità tecnica interna di elaborare studi rigorosi capaci di legare le prescrizioni di salvaguardia ambientale e idrogeologica agli atti autorizzativi, rendendoli inattaccabili dai legali dei grandi gruppi privati.

Il risultato è un totale intasamento degli uffici pubblici (sia ministeriali che regionali), che, sommersi dalle istanze, non dispongono del personale tecnico necessario per esaminare e documentare la mole di prescrizioni richieste per legge. Ma le società hanno investito e ricorrono al TAR per cercare di accelerare i tempi.

La privatizzazione delle funzioni sovrane: la volpe nel pollaio

Per ovviare al blocco della macchina pubblica e alla carenza di organico, l’amministrazione regionale è arrivata a compiere una scelta politica discutibile: appaltare a una società privata esterna gli studi tecnici propedeutici al rilascio dell’Autorizzazione Unica.

Affidare una funzione così delicata, strategica e sovrana, a una ditta privata – formata da professionisti che inevitabilmente operano all’interno dello stesso mercato delle società dell’energia – mina alla base il principio di imparzialità della pubblica amministrazione. Questo modello di esternalizzazione espone il sistema al rischio oggettivo di controlli permissivi e conflitti di interesse striscianti, dove elementi essenziali per l’equilibrio biologico e idrogeologico di un’isola, rischiano di passare in secondo piano rispetto alle logiche di profitto del settore privato.

Un bilancio fallimentare su entrambi i fronti

Questo scenario è il prodotto finale di una stagione politica in cui dimostrare di avere qualcosa da offrire agli investitori operanti nei mercati internazionali, è stato ritenuto più importante rispetto alla pianificazione di regole d’ingresso rigide, certe e sostenibili.

Il modello politico Todde-Draghi è riuscito nella singolare impresa di scontentare tutti gli attori in campo:

 Le comunità locali e i cittadini, che continuano a vivere sotto il ricatto permanente di vedere il proprio patrimonio naturale e agricolo trasformato in aree a destinazione industriale, senza una reale programmazione partecipata e senza benefici concreti per il territorio.

 Gli investitori, i quali vedono i propri capitali immobilizzati e a rischio di perdita per essersi fidati delle promesse di un quadro politico ambiguo, che prima ha spalancato le porte e ora si affida all’incompetenza e all’esternalizzazione amministrativa per gestire il caos che ha contribuito a creare.

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