Dinosauri
Unidade

L’estinzione necessaria: perché i dogmi non salveranno la Sardegna

C’è un momento preciso in cui una parola cessa di essere un semplice epiteto e diventa una categoria politica: è quando chi si sente chiamato in causa inizia a scriverne per difendersi. La discussione aperta su S’Indipendente da Riccardo Pisu Maxia (ANS), che riprende il termine “dinosauri” da me utilizzato per descrivere una certa area dell’indipendentismo storico sardo, offre l’occasione perfetta per fare una doverosa riflessione e dare alcuni chiarimenti.

I dinosauri esistono, e il loro problema principale non è l’età anagrafica, ma un’incapacità posturale di abitare il presente. Una rigidità che si trasforma in tossicità quando pretendono che il mondo là fuori smetta di muoversi solo perché loro non sanno più come leggerlo e controllarlo.

Il fossile come scudo

Bisogna fare una distinzione netta, quasi sacrale, tra chi è memoria storica e chi è dinosauro. La memoria storica è un patrimonio di lotte, di analisi e di sacrifici che merita rispetto e studio; è la radice profonda che nutre il sentimento indipendentista, perché da esso ha origine. Il dinosauro, al contrario, è colui che usa quella storia come una rendita di posizione. È chi, davanti a un mondo che cambia alla velocità della luce, risponde arroccandosi dietro la fortezza dei propri dogmi immutabili, guardando con sospetto chiunque provi a fare politica fuori dal proprio recinto certificato.

Nell’analisi di ANS si legge una preoccupazione legittima ma rivelatrice: la paura che la spinta di nuovi movimenti giovanili – come SURRA – sia priva di una “carica di coscienza nazionale” e sia troppo legata a un’estetica social. Si avverte la sindrome di chi si sente “spodestato” e reclama il monopolio dell’elaborazione politica.

Ma la coscienza nazionale non è un timbro che si ritira in una segreteria di partito o in un’associazione dopo aver sottoscritto un elenco di valori inderogabili. La coscienza è un fuoco vivo. Oggi quel fuoco si alimenta della circolazione di un’informazione diffusa e senza sconti, capace di documentare e mettere a nudo una realtà ormai innegabile: una Sardegna letteralmente presa d’assalto su ogni fronte. Il risveglio di questa coscienza indipendentista non ha bisogno di incubatori formali, né può essere normato da una struttura politica o organizzativa; nasce direttamente da uno stato di pericolo profondamente avvertito e si esprime come un atto intimo e collettivo di giustizia, di responsabilità e di pura appartenenza. Spontaneamente, reattivamente e inesorabilmente.

La “genesi fumosa” (che non lo è per chi sa dove guardare)

Il passaggio più critico del dibattito riguarda la diffidenza verso il nuovo. Definire “fumosa” la genesi di un movimento giovanile solo perché i suoi volti non hanno un pedigree militante registrato prima del 2025 è l’ennesima prova della consuetudine dei dinosauri di considerare sospetto tutto ciò che non proviene dal loro recinto.

Ci si chiede, dalle colonne di S’Indipendente, perché questi giovani non abbiano bussato alla porta di ANS, che ha “una struttura pronta e perfettamente organizzata”. La risposta è tanto semplice quanto dolorosa: perché le strutture che pretendono di fare da “incubatori” e di “mettersi umilmente a disposizione per fare formazione politica” spesso confondono l’umiltà con il paternalismo.

Pretendere che l’energia fresca di una nuova generazione si incanali per forza nei binari burocratici di sigle nate più di un decennio fa significa non capire come funziona il mondo fuori dalla finestra, togliendo ogni presupposto per avere qualcosa da insegnare. E allora, visto che l’indipendentismo delle tessere non ha punti di riferimento per definire da dove arriva, vediamo insieme qual è l’origine di SURRA.

Avete mai pensato a cosa prova chi si sente dell’isola ma non può vivere nell’isola? Questa è la radice: una Sardegna-mito, una terra promessa a cui tornare, che assiste al paradosso di essere meta di vacanzieri mentre i sardi lavoratori sudano nelle città roventi del continente o all’estero. Una terra di conquista che non può ricevere una famiglia perché, per il sistema coloniale vigente, qualsiasi altro posto sembra migliore per crescere dei figli.

SURRA nasce da qui. Nasce da un gruppo di sardi, tra cui espatriati e figli di espatriati, che avevano già un proprio seguito e le proprie argomentazioni su Instagram e TikTok. Persone che, mosse da un puro istinto di conservazione di quella che considerano la propria patria – un sentimento che paradossalmente si fa ancora più viscerale quando si è lontani –, hanno deciso di usare la popolarità conquistata per denunciare le ingiustizie che subisce la Sardegna. È una visione dell’Isola in costante relazione con il mondo, una necessità di difendere le proprie radici perché mai come fuori dalla propria terra si percepisce il peso e il valore dell’identità.

Lo hanno fatto con il mezzo che conoscevano, i social, per poi unirsi, ascoltare i territori e organizzarsi per fornire un aiuto concreto. Non è vero che hanno tirato dritto ignorando la storia pregressa, come si vorrebbe far credere. Chi risponde a un richiamo identitario profondo e viscerale accetta volentieri il confronto e l’aiuto, soprattutto se si avventura in un terreno sconosciuto. E infatti il supporto vero è arrivato subito, da parte di chi si è affiancato a loro senza indulgenze e senza cattedre, offrendo un sostegno all’interno di un rapporto autenticamente paritario, fondato sulla condivisione della stessa prospettiva che ha attivato un’immediata, istintiva collaborazione.

Purtroppo, però, pur muovendosi teoricamente sullo stesso fronte, l’attitudine dei dinosauri è stata di tutt’altro segno. Più che una semplice pretesa di sottomissione, da parte loro è scattata una vera e propria fiammata di paura. I dinosauri si sono spaventati nel vedere questi giovani infrangere con disinvoltura i loro dogmi intoccabili, e hanno capito che appoggiarli avrebbe preteso un prezzo per loro inaccettabile: l’obbligo di fare i conti con se stessi, uscire dalla zona di comfort e rivedere radicalmente alcune proprie posizioni. E siccome l’autocritica richiede un coraggio politico che la burocrazia ideologica non possiede, quel panico si è tradotto immediatamente in istinto di conservazione. Non si è trattato, infatti, di una semplice indifferenza: una parte di quel circuito autoreferenziale non si è limitata a negare il proprio supporto, ma si è scientemente messa di traverso.

Nel momento esatto in cui hanno capito che non avrebbero potuto esercitare alcuna egemonia ideologica, e che la loro esperienza sarebbe servita sul piano puramente pratico, logistico e operativo, hanno ritirato la scala. Per la mentalità del dinosauro, infatti, il sostegno non è mai gratuito: o si traduce in controllo totale e indottrinamento, o si trasforma in ostilità attiva. Non concepiscono l’idea di mettersi al servizio di un’energia che non possono telecomandare dal proprio ufficio politico.

Proprio per questo, il fatto che questi ragazzi non abbiano accettato di compromettersi e di farsi normalizzare dimostra l’onestà dei loro intenti, non il contrario. Hanno dimostrato di non aver bisogno di patenti né di trampolini politici. Esercitano la libertà di scegliere come e con chi agire. E questa, signori miei, a casa mia si chiama indipendenza.

Oltre il muro di testo: il dogma della “lavagna”

Pisu Maxia riconosce un dato di fatto: l’indipendentismo storico ha fallito sul piano della comunicazione, abusando di comunicati infiniti e muri di testo comprensibili solo agli addetti ai lavori. Eppure, la soluzione proposta da ANS sembra essere una colpevolizzazione del mezzo: si teme che il video breve o lo slogan parlino alla “pancia” e non alla “mente” di chi ascolta.

Si tratta tuttavia di una falsa dicotomia: la densità dell’approfondimento e l’immediatezza del formato non si escludono a vicenda, ma rappresentano due fasi complementari dello stesso processo comunicativo. La sintesi ha la funzione di catturare l’attenzione e aprire un canale di ascolto in un panorama saturo di stimoli; l’analisi strutturata interviene in un secondo momento, per sedimentare la consapevolezza. Pretendere di stabilire un contatto iniziale con una comunità proponendo come unico punto d’accesso la complessità dottrinale di un manifesto non è un segno di rigore, bensì l’errore di chi confonde la divulgazione con l’accademia, condannandosi all’isolamento.

Questa è una delle cose che ai dinosauri sfugge inesorabilmente: il problema della comunicazione odierna dell’indipendentismo non è mai stato il mezzo, ma il codice. L’equazione secondo cui la lunghezza di uno scritto equivalga automaticamente a una maggiore dignità politica è un inganno prospettico. Cento righe di retorica circolare e autoreferenziale non possiedono intrinsecamente più valore di un video di trenta secondi su TikTok, se quelle cento righe falliscono nell’obiettivo primario di ogni atto politico: connettersi con la realtà e con il popolo. La lunghezza, in quel caso, diventa solo un feticcio per rassicurare l’ego di chi scrive.

Al contrario, la sintesi digitale non è sinonimo di vuotezza. Un video breve può condensare un’ingiustizia territoriale con una precisione chirurgica, traducendo concetti complessi in un linguaggio accessibile e immediato. I nuovi movimenti non stanno banalizzando il messaggio: stanno semplicemente usando il codice del loro tempo per intercettare una fascia di popolo con cui le vecchie sigle hanno smesso di saper parlare da anni.

Ma c’è un’ironia ancora più profonda e raggelante che emerge scorrendo l’intervento di ANS. Noterete l’uso sistematico di espedienti grafici – come i trattini a fine parola per evitare di definire il genere – ricalcati sulla scia dell’asterisco o della schwa. Stratagemmi mutuati direttamente dall’ultima saggistica woke e dai condizionamenti culturali della sinistra continentale. Viene esibita come “inclusione”, ma a guardarla da vicino è l’inconfondibile segnale di un’obbedienza cieca. È il riflesso condizionato di chi ha bisogno di una bacheca, di una lavagna con le regole affisse da qualcun altro a cui potersi aggrappare per sentirsi dalla parte dei “giusti”. Ci si fida della lavagna, le si delega la propria capacità di giudizio e si prende per buono tutto ciò che vi viene scritto sopra.

Questo sistema, basato sul cieco principio dell’ipse dixit, è un meccanismo estremamente facile da hackerare. Diventa un’autostrada per chiunque voglia inserire elementi tossici e divisivi in quelle congreghe ideologiche che, muovendosi rigidamente sui binari dettati da altri, rischiano solo di ottenere risultati non graditi ai sardi e funzionali al mantenimento dello status quo.

Ed ecco il paradosso supremo: mentre ci si preoccupa maniacalmente di non violare i codici della correttezza formale d’importazione romana o addirittura americana, si esercita il più rigido, sordo e paternalistico degli atteggiamenti verso i giovani sardi in carne ed ossa che si muovono sul territorio. Non è così che si difendono i diritti, né di genere né di popolo.

Eliminare queste vecchie strutture non significa perdersi nel vuoto o nell’anarchia; significa fare piazza pulita di schemi di pensiero che vengono studiati da decenni per essere strumentalizzati con il solo scopo di piegare la gente all’obbedienza, alla competizione interna e, infine, all’impotenza.

Riconoscere e accettare questa liberazione è l’unica vera rivoluzione possibile oggi. Se non si compie questo salto di paradigma, si è fatalmente condannati all’irrilevanza. I numeri, del resto, parlano chiaro, così come il coinvolgimento di molti sardi che oggi ammettono apertamente di non essere riusciti ad avvicinarsi prima all’indipendentismo proprio perché vedevano quell’ambiente come esclusivo, respingente e pieno di regole morali e statutarie totalmente anacronistiche. Ora che finalmente si avvicinano e partecipano, lo fanno – fatalmente – tra le critiche e i “prima dove eravate” dei dinosauri.

Dalla cattedra all’infrastruttura: il ruolo della memoria

Affermare il proprio legittimo spazio nel dibattito attuale non significa abdicare alla storia, ma cambiarne la funzione. ANS e l’indipendentismo storico hanno davanti a sé un’opportunità preziosa, a patto di rinunciare a un paternalismo pedagogico ormai anacronistico. La soluzione non risiede nel rincorrere il giovanilismo a tutti i costi, né nel pretendere di normalizzare le nuove spinte strutturandole all’interno di vecchi recinti. Si tratta, semmai, di passare dall’essere custodi di un’ortodossia all’essere un’infrastruttura di servizio orizzontale.

La memoria storica, l’esperienza burocratica e il patrimonio analitico devono mettersi a disposizione della logistica, del supporto documentale e della tutela legale di chi oggi si muove in prima linea sul territorio, rispettandone l’assoluta autonomia operativa. Meno cattedre, più retrovie strategiche. Per compiere questo passo è tuttavia indispensabile aggiornare la bussola e bonificare il linguaggio. Significa archiviare le mappe sociologiche congelate a un decennio fa e, contemporaneamente, de-colonizzare un codice comunicativo che ha mutuato acriticamente i formalismi e le nevrosi identitarie della sinistra continentale, del tutto estranei ai bisogni reali delle comunità sarde.

L’approfondimento dottrinale non deve più percepire l’immediatezza dei nuovi media come una minaccia, ma integrarsi in una comunicazione a due tempi: la sintesi per aprire il canale di ascolto con il popolo, l’analisi per consolidare la consapevolezza. In sintesi, la vecchia guardia può ancora rappresentare la spina dorsale del movimento, ma solo se accetterà di non esserne più il centro di gravità. La memoria deve servire a dare stabilità ai piedi che corrono, non a bloccarli.

Verso un’agenda del territorio, non delle sigle

La proposta di una “agenda comune” moderata da ANS può sembrare logica sulla carta, ma rischia di trasformarsi nell’ennesimo tentativo di centralizzare, regolarizzare e burocratizzare il dissenso. È il vecchio sistema di creare un cartello di pressione che decide a tavolino di cosa parlare questa settimana per finire in un trafiletto sulle testate principali.

Il dibattito non si alimenta più nelle assemblee o nelle aule universitarie ormai completamente compromesse, ma sui social. Che piaccia o no. Chi oggi si definisce indipendentista non può permettersi il lusso della diffidenza nostalgica. Se la novità fa paura, se la freschezza linguistica di chi ha trent’anni viene scambiata per mancanza di spessore, significa che l’istinto di conservazione delle proprie poltrone ideologiche ha superato la spinta rivoluzionaria.

Ed è proprio in questo arroccamento che scatta il riflesso condizionato della vecchia guardia: quando non si riesce a comprendere o a governare un fenomeno, si tenta di disinnescarlo rivendicandone la primogenitura. Per cercare di alleggerire l’impatto di un entusiasmo collettivo che non porta la loro firma e non ha chiesto il loro permesso, i dinosauri sminuiscono il presente a colpi di “l’abbiamo fatto anche noi prima di loro”.

È la sindrome del copyright applicata alla lotta, la retorica consolatoria di chi preferisce ridurre un risveglio vivo a una sterile replica del passato pur di non guardare in faccia il proprio stallo politico.

Il punto non è chi ha piantato la prima bandierina vent’anni fa, ma chi è capace di muovere i corpi e le coscienze oggi. Il vero, grande merito di questa nuova ondata giovanile non è quello di aver inventato la mobilitazione, ma di essere riuscita a incanalare e liberare una spinta indipendentista fresca, che la stanchezza delle vecchie sigle aveva finito per addormentare.

Hanno avuto la capacità di favorire connessioni inedite tra persone, parti politiche, territori e sardi all’estero, abbattendo steccati ideologici e rivitalizzando un dibattito che da troppo tempo soffoca nell’autoreferenzialità.

Eppure, questa imminente estinzione politica non è un destino inevitabile, ma una scelta di postura. C’è ancora lo spazio per un cambio di rotta radicale, per riscoprire l’umiltà dell’affiancamento paritario e rinunciare al controllo. C’è chi, all’interno dello stesso ambiente storico, questo passo lo ha già compiuto, scegliendo di mettersi in marcia insieme al proprio popolo e guardando al futuro con speranza; e c’è chi, invece, preferisce restare immobile e cercare qualcuno a cui attribuire la responsabilità del proprio declino. I dinosauri guardano il meteorite che cade e discutono se la traiettoria sia conforme o no ai loro tredici valori fondamentali e inderogabili.

2 commenti

  • luciano blasco

    io sono vecchio e non sono sardo eppure ricordo i giorni a Tharros ospite dei pescatori che lottavano per riavere la possibilitá di lavorare e delle notti a pescare e di quell’odore di pesce arrosto che proveniva da ogni casa di Oristano mentre ci scambiavamo in silenzio sguardi di soddisfazione, e del saluto al treno con le lacrime negli occhi pieni di gratitudine per chi rivendicava la libertá di vivere lì dove si era nati ed ancora le parole di Martino e delle donne protagoniste di quelle lotte. Erano, anzi eravamo giovani come voi oggi e come non entusiasmarsi e provare anche commozione nell’ascoltare le vostre parole ricche di futuro. Quindi grazie

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *