Giustitzia,  Italiano

Sardegna in Outsourcing: Cronaca di una Spoliazione Sistemica

La Regione Sardegna ha formalizzato l’affidamento esterno del servizio di supporto e istruttoria delle pratiche relative alle autorizzazioni degli impianti da fonti rinnovabili (FER) e alle grandi infrastrutture di trasporto alla RINA Check S.r.l., divisione operativa del colosso delle certificazioni RINA S.p.A. Si tratta dell’ennesimo pezzo di sovranità dell’amministrazione pubblica sarda che viene svenduto senza pudore.

Per decifrare la reale portata di questa operazione, bisogna seguire i fili che legano i controllori ai controllati, tracciare la progressiva esternalizzazione delle funzioni sovrane della pubblica amministrazione sarda e analizzare la strategia di indebolimento democratico che rischia di trasformare l’isola in una piattaforma logistica ed energetica a disposizione dei grandi capitali privati. LOGU propone l’analisi documentata di un disegno industriale e finanziario che si sviluppa attraverso la cessione delle regole del territorio, la svalutazione delle competenze pubbliche e l’occupazione dei gangli vitali della Sardegna. 

La delega delle funzioni di controllo e l’incrocio dei grandi capitali

L’affidamento delle istruttorie per le Autorizzazioni Uniche (AU) e per le procedure espropriative a un soggetto privato come RINA Check S.r.l. mette in discussione la terzietà delle valutazioni ambientali e territoriali. RINA S.p.A., storicamente radicata e conosciuta in Sardegna soprattutto per le attività di certificazione sui natanti e nel settore marittimo, è in realtà un attore globale della consulenza ingegneristica stabilmente inserito nei mercati dell’Oil & Gas, dell’energia fossile e rinnovabile e delle grandi infrastrutture pesanti.

Esiste un legame di continuità industriale tra chi è chiamato a istruire le pratiche per conto della Regione e le multinazionali che presentano i progetti energetici (inclusa la rete del metanodotto): RINA opera stabilmente come partner tecnico e consulente dei medesimi gruppi industriali privati di cui oggi dovrebbe valutare la compatibilità con il territorio. Questa convergenza di interessi non poggia su semplici coincidenze, ma su precisi assetti societari:

  • Il legame con il comparto parastatale e la filiera Ansaldo: La leadership storica di RINA S.p.A., impersonata a lungo da figure come Ugo Salerno, vanta una passata esperienza e militanza diretta nei quadri dirigenti di Finmeccanica, oggi Leonardo S.p.A., il colosso industriale della difesa italiana partecipato e sostenuto dai grandi fondi di investimento internazionali. Questo network si estende direttamente a un altro attore chiave della transizione energetica: Ansaldo. Storicamente legata allo stesso perimetro industriale e oggi controllata da Cassa Depositi e Prestiti, Ansaldo è stabilmente posizionata in Sardegna con progetti che spaziano dalla riconversione degli asset di generazione fino alla stabilizzazione delle reti. Appare evidente la totale contiguità strategica tra i vertici della consulenza privata e gli apparati industriali che calano i propri progetti sull’isola.
  • Il doppio ruolo nella filiera dell’idrogeno: Lo sdoppiamento dei ruoli diventa palese se si osserva l’impegno diretto del gruppo RINA nello sviluppo delle nuove tecnologie energetiche. RINA non opera infatti come un arbitro neutrale, ma si pone come progettista, partner tecnico e realizzatore in prima persona di impianti per la produzione di idrogeno verde e delle relative infrastrutture di trasporto e stoccaggio nell’ambito della transizione dei distretti industriali. La collisione d’interessi è evidente: la divisione operativa RINA Check S.r.l. riceve dalla Regione Sardegna l’incarico di istruire e valutare la compatibilità tecnica e ambientale di pratiche energetiche legate alla medesima filiera industriale in cui la sua stessa casa madre agisce come investitore e sviluppatore tecnologico.

  • L’asse finanziario condiviso: Il network di relazioni di RINA incrocia le grandi direttrici di F2i (Fondi Italiani per le Infrastrutture), il fondo di private equity che ha accentrato sotto il proprio controllo la gestione dei principali scali aeroportuali della Sardegna. Questo incrocio poggia su un preciso comune denominatore finanziario: la forte partecipazione istituzionale di soggetti come Cassa Depositi e Prestiti (CDP). CDP è al contempo azionista di riferimento e finanziatore nei fondi che controllano le reti logistiche e di trasporto (come F2i), controllore dei grandi costruttori di impianti (come Ansaldo) e partner dei veicoli di investimento istituzionale che partecipano al capitale del gruppo RINA. Ci troviamo di fronte a un ristretto circuito di capitali in cui 1) i soggetti che gestiscono le porte d’accesso dell’isola, 2) i network societari che beneficiano delle istruttorie tecniche per l’energia e il gas e 3) le società private che le eseguono, sono tutti finanziariamente contigui.

Chi possiede una visione sistemica della reale situazione in Sardegna aveva previsto da tempo un simile scenario: questo è il momento esatto in cui si mettono le firme e si assegnano gli incarichi che definiranno il destino dell’isola per i prossimi decenni. Presto, dagli atti amministrativi, si passerà ai fatti sul territorio in piena legalità.

La tariffazione a cottimo della tutela pubblica

La logica commerciale, e non di pubblico interesse, che governa questa esternalizzazione emerge con chiarezza dalle clausole economiche del contratto. La valutazione dell’impatto sul paesaggio sardo viene inserita in una vera e propria produzione a cottimo, regolata da tariffe nette basate sulla velocità di evasione delle pratiche:

  • 850 euro per ciascuna Autorizzazione Unica FER rilasciata.
  • 600 euro per ogni singola pratica di espropriazione dei terreni ai cittadini.

Lo smaltimento accelerato dei progetti, indispensabile ai fondi d’investimento per monetizzare rapidamente gli incentivi prima che scadano i termini finanziari, diventa così il parametro fondamentale dell’azione amministrativa delegata ai privati, subordinando la cura del territorio alla produttività numerica del controllore esterno.

Documento consultabile a questo link.

La pianificazione del quadro normativo: Il bando sul PPR

Il medesimo schema di esternalizzazione interessa lo strumento cardine della difesa identitaria dell’isola: il Piano Paesaggistico Regionale (PPR). La Regione ha messo a bando un appalto da oltre 1 milione di euro per affidare a consulenti esterni il “supporto specialistico” per l’aggiornamento e la riscrittura delle norme di tutela.

Nelle dinamiche degli appalti pubblici per servizi strategici, le grandi società di consulenza possiedono la capacità finanziaria per presentare offerte al massimo ribasso, riducendo i margini immediati pur di assicurarsi l’aggiudicazione della gara. Il vero valore dell’operazione non risiede nella componente monetaria del bando, ma nel potere decisionale che ne deriva.

Chi ottiene la gestione tecnica della riscrittura del PPR acquisisce la conoscenza anticipata delle aree che saranno sottoposte a vincolo o saranno destinate allo sviluppo industriale e in alcuni casi può fortemente orientare le scelte dell’amministrazione pubblica, per poi indirizzare con sicurezza i futuri investimenti dei network societari partner.

Mentre la Regione Sardegna, attraverso il portale istituzionale Sardegna ParteciPA espone la facciata della democrazia partecipativa, la reale definizione dei vincoli viene delegata a uffici privati, escludendo le comunità locali dalle decisioni fondamentali. Gli incontri sul territorio, non pubblicizzati, restano per lo più deserti. La partecipazione si riduce così a una parvenza di ascolto, utile solo a legittimare politicamente un piano le cui regole vengono stabilite altrove.

L’alibi burocratico e il controllo delle infrastrutture

La facilità con cui l’attuale esecutivo regionale guidato da Alessandra Todde sta implementando questo modello poggia su una situazione di oggettiva e storica paralisi degli uffici regionali. Il cronico sottodimensionamento del personale, la carenza di organico e lo svuotamento delle competenze interne — esito di anni di gestioni fallimentari — vengono oggi utilizzati dalla giunta come il perfetto alibi burocratico per giustificare l’esternalizzazione di massa verso soggetti privati esterni come una scelta obbligata e priva di alternative. Quella che viene narrata come una “necessità tecnica” si rivela così un’opportunità politica per legittimare l’ingresso dei privati nei gangli decisionali del territorio. 

Questo arretramento del controllo pubblico non si ferma alla gestione delle autorizzazioni energetiche, ma si completa sul piano della logistica dei trasporti. In aggiunta alla progressiva consegna dei principali scali aeroportuali isolani al controllo monopolistico del fondo di private equity F2i, la presenza di Domenico Bagalà alla guida dell’Autorità di Sistema Portuale del Mare di Sardegna si inserisce esattamente in questo quadro di gestione tecnocratica delle porte d’accesso dell’isola.

Il profilo del manager, formatosi nei grandi hub di transito globale come Rotterdam e Tangeri, risponde alle logiche operative dei grandi gruppi di investimento transnazionali: l’obiettivo strategico è convertire i principali scali sardi in piattaforme logistiche destinate non solo alla movimentazione globale delle merci, ma anche all’attracco delle navi gasiere e alla nautica da diporto per mega-yacht. Una riconfigurazione radicale degli spazi portuali a favore delle rotte del grande capitale, a totale discapito dello sviluppo del tessuto commerciale e produttivo locale. 

Il PEARS e la rendita delle grandi infrastrutture

La pianificazione di questa strategia trova la sua codifica formale nel PEARS (Piano Energetico Ambientale Regionale della Sardegna). Il piano è attualmente al vaglio della Regione e si avvia verso l’approvazione definitiva, passaggio che lo trasformerà in legge incontestabile per i prossimi decenni.

All’interno del documento viene prevista un’imponente infrastruttura per il trasporto del metano, comprensiva di condotte e terminali di rigassificazione. Si tratta di un’opera il cui dimensionamento risponde non ai reali consumi civili o industriali dei sardi, ma alle strategie di espansione di colossi come Snam ed Enura. Queste società operano in perfetta coordinazione con il blocco economico che unisce RINA, F2i e le grandi aziende parastatali.

La logica di fondo dell’intero impianto del PEARS — e non solo della specifica rete del metanodotto — si basa sulla socializzazione dei costi. L’intera architettura del piano è infatti strutturata affinché gli ingenti investimenti necessari sia per le condotte del gas, sia per il colossale adeguamento delle reti elettriche e dei sistemi di accumulo (BESS) richiesti per connettere i grandi impianti privati, vengano finanziati con risorse pubbliche o spalmati direttamente sulle bollette dei consumatori attraverso il meccanismo delle tariffe regolate. In questo scenario, le procedure autorizzative di questa speculazione globale vengono sistematicamente accelerate dalla burocrazia regionale, la quale sceglie di delegare la valutazione di compatibilità tecnica — ancora una volta — a partner storici del settore privato come RINA. E ai sardi resterà un’infrastruttura colossale di cui le comunità non hanno alcun bisogno reale e da cui non trarranno alcun beneficio, ma solo il pagamento dei costi in bolletta. 

Il precedente di Saccargia e l’uso dei decreti di urgenza

I reali rapporti di forza sono emersi con chiarezza nei passaggi politici che hanno caratterizzato il progetto eolico della ERG nei territori di Nulvi e Ploaghe, a ridosso della basilica di Saccargia. Il punto nodale della vicenda risiede nel superamento per decreto dei pareri negativi definitivi espressi dalle soprintendenze e dal Ministero della Cultura a tutela dell’integrità storica del sito.

L’autorizzazione del progetto della ERG — multinazionale controllata dalla famiglia Garrone — è stata imposta direttamente attraverso un decreto del Presidente del Consiglio Mario Draghi, spinto dall’azione dell’allora Ministro della Transizione Ecologica Roberto Cingolani. Questo intervento dall’alto svela il legame tra le società e l’apparato statale ed evidenzia l’atteggiamento estremamente aggressivo di entrambi: quando i vincoli locali e l’opposizione delle comunità bloccano l’avanzamento dei grandi capitali, l’esecutivo centrale interviene con imperio per annullare le prerogative territoriali.

La traduzione pratica del potere deterrente di questo modello si manifesta nell’Autorizzazione Unica n. 463. Attraverso questo atto, i funzionari regionali hanno delegato l’esecuzione materiale delle procedure d’urgenza per gli espropri direttamente alla società privata proponente. Per evitare ricorsi e contestazioni da parte del colosso ERG, la Regione ha ceduto a una società per azioni il braccio operativo della legge, consentendo a un soggetto privato di entrare nei terreni dei cittadini per imporre la trasformazione del suolo.

Il disarmo sistemico e lo scenario della trasformazione demografica

L’impossibilità per i territori di opporsi a questa ondata di progetti infrastrutturali è l’esito di un disarmo amministrativo e sistemico meticolosamente orchestrato. Questo processo colpisce i servizi vitali delle comunità, partendo dalla progressiva demolizione della sanità pubblica nelle zone interne, dove il taglio dei presidi opera come fattore di spopolamento forzato.

Nel mezzo dell’invasione di progetti, la Regione non ha provveduto alla tempestiva attivazione e ripartizione dei fondi e delle linee di finanziamento (comprese quelle di derivazione europea) specificamente destinate al sostegno e al potenziamento dei comparti tecnici dei Comuni. La carenza di stanziamenti strutturali ha privato le amministrazioni locali delle risorse necessarie per contrattualizzare figure professionali indispensabili come tecnici e geometri (inquadrati nei profili FG-FT). Questo deficit organico ha lasciato i Comuni nell’impossibilità materiale di esaminare in tempo utile progetti di estrema complessità e di strutturare ricorsi legali entro i rigidi termini previsti dalla legge. 

Questo mancato supporto ha generato una profonda spaccatura tra gli amministratori locali. Da una parte, molti sindaci si trovano isolati e privi degli strumenti necessari per difendere le proprie comunità dall’imposizione di grandi impianti fotovoltaici ed eolici, sistemi di accumulo (BESS), discariche, speculazioni edilizie, miniere o installazioni industriali destinate a occupare e trasformare massivamente il suolo. Dall’altra, vi sono amministratori che, allineandosi alla filiera politica regionale, hanno invece assecondato se non addirittura promosso l’inserimento dei progetti. 

Il risultato finale di questa paralisi programmata non è solo l’abbandono materiale dei piccoli centri, ma una vera e propria sostituzione della vocazione del territorio. Trasformare i paesi dell’interno in deserti demografici occupati da distese di silicio e pale eoliche accelera l’esodo delle giovani generazioni. Senza servizi essenziali e senza la tutela del tessuto produttivo storico (agricoltura, pastorizia, micro-impresa), l’allontanamento dei residenti diventa irreversibile, consegnando i territori a una gestione puramente industriale e speculativa, priva di comunità vive a presidiarla.

L’assetto dei media e il ruolo dell’editoria indipendente

Di fronte a questo scenario, il comportamento delle principali testate giornalistiche sarde svela i reali rapporti di forza. I media mainstream locali scelgono di mantenere un assoluto silenzio non solo sulle connessioni azionarie e sui conflitti d’interesse societari, ma perfino sugli atti ufficiali, sui bandi, sul PEARS e sulle delibere pubblicate nei siti istituzionali dell’amministrazione pubblica. Documenti di straordinaria rilevanza politica rimangono totalmente esclusi dalla cronaca quotidiana o relegati a menzioni marginali, nonostante siano accessibili sui canali della trasparenza amministrativa, spesso non consultati abitualmente dal pubblico medio.

Questa scelta di copertura giornalistica risponde direttamente agli assetti proprietari e ai legami politici dell’editoria sarda:

  • La Nuova Sardegna: Il controllo della testata fa capo al Gruppo Sae, la cui compagine azionaria vede l’integrazione di soggetti economici del sistema isolano come la Fondazione di Sardegna. Al vertice del management finanziario si collocano figure come Davide de Pascale, la cui fitta rete di collegamenti nel mondo del private equity e delle istituzioni creditizie crea un oggettivo punto d’incontro tra gli interessi finanziari e la linea editoriale del quotidiano, tradizionalmente vicina agli equilibri politici dell’area di centrosinistra che fa capo alla presidenza Todde.

  • L’Unione Sarda: La storica testata fa capo al gruppo editoriale di Sergio Zuncheddu, editore e imprenditore fortemente radicato nei settori dell’edilizia, dello sviluppo immobiliare, del turismo e della finanza locale. Questo posizionamento industriale lega storicamente la testata agli ambienti economici e politici del centrodestra sardo, settori direttamente interconnessi alle grandi pianificazioni infrastrutturali e ai flussi finanziari regionali.

Un sistema editoriale i cui proprietari partecipano direttamente ai comitati d’investimento e ai progetti industriali non può esercitare una funzione di critica indipendente. In questo vuoto informativo si inserisce la necessità di non restare a guardare.

Testate come LOGU nascono escludendo a priori la dipendenza da circuiti pubblicitari industriali o sponsorizzazioni d’interesse, sostenendosi esclusivamente attraverso la libera adesione e il contributo volontario dei lettori, con l’unico scopo di monitorare e denunciare questa deriva, mettendo i riflettori sui documenti e sulle autorizzazioni che la stampa ufficiale sceglie di omettere, nella speranza che i cittadini superino le divisioni e prendano coscienza dell’entità del problema.

Questo modello di monitoraggio civico si specchia nell’azione di movimenti spontanei radicati nell’isola: il recente operato di SURRA costituisce un esempio di mobilitazione, inchiesta e denuncia sul territorio che anche altre realtà fuori dall’isola guardano con interesse e vedono come un modello di resistenza civica e di sensibilizzazione.

Presidio e difesa del territorio

La radiografia dei dati societari e dei bandi regionali restituisce una verità evidente: la Sardegna viene trattata come un asset economico da gestire in outsourcing, un territorio da riconvertire a beneficio di cerchie finanziarie internazionali collegate alla politica e ai grandi asset italiani. Il costo di questa operazione viene interamente addebitato alla collettività sarda, privata dei propri diritti fondamentali e della facoltà di decidere sul proprio futuro, spinta verso un ulteriore abbandono della terra e verso l’emigrazione.

Di fronte a questa spoliazione metodica, le vecchie appartenenze ideologiche e i colori politici di facciata diventano inutili. Lo sono anche le cicliche promesse elettorali pronunciate da partiti che di questo sistema sono complici. La realtà è che nessun apparato centrale interverrà a tutelare la Sardegna se le comunità locali non torneranno a esercitare un controllo reale e un presidio fisico sulla propria terra.

È necessario focalizzarsi esclusivamente sulla difesa oggettiva e intransigente della nostra isola, prima che i meccanismi della finanza transnazionale e della complicità politica la trasformino definitivamente nell’isola di qualcun altro.





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