Il caso Saccargia in Sardegna: anatomia di un’autorizzazione energetica
Mentre la Regione Sardegna continua a vantare pubblicamente grandi successi nella presunta lotta contro la speculazione energetica, rivendicando barricate e tutele a mezzo stampa, la realtà che emerge dalle stanze della burocrazia cagliaritana racconta tutta un’altra storia. Tra le pieghe degli uffici regionali, infatti, si è consumato un passaggio definitivo e pesantissimo, passato sotto il più totale silenzio istituzionale: è stata ufficialmente pubblicata sul Bollettino Ufficiale della Regione Sardegna (BURAS) la nuova e definitiva Autorizzazione Unica n. 463 a favore di ERG per il progetto di repowering sopra la Piana di Saccargia.
Mentre la propaganda difende l’operato della giunta, nessuno nei canali ufficiali ha ritenuto di dover informare i cittadini che questo documento mette la parola fine a mesi di rimandi amministrativi, blindando di fatto il posizionamento di 27 aerogeneratori alti 180 metri a ridosso della Basilica di Saccargia. Si tratta di una notizia rimasta nell’ombra, che oggi portiamo alla luce solo grazie alle insistenti richieste di accesso civico (FOIA) promosse dal comitato GRUTTES. Per capire come si sia arrivati a questo punto — ovvero come la Regione sia passata dai proclami anti-speculazione alla firma di un atto così sbilanciato a favore del colosso industriale —, e perché questa non è affatto una partita persa, è necessario analizzare la storia, i retroscena e i dettagli tecnici di un’operazione che avanza, nonostante una strenua resistenza, da quasi 10 anni.
Il “Peccato Originale” dell’interesse nazionale prevalente sulla bellezza di Saccargia
Tutto ebbe inizio lontano dall’isola, nelle stanze del Governo Draghi, quando la transizione ecologica venne declinata non come tutela del territorio, ma come suo sacrificio necessario. Sotto la spinta determinante dell’allora Ministro dell’Ambiente Roberto Cingolani (ora AD di Leonardo) e in stretta sintonia con gli obiettivi industriali di ERG, il Presidente del Consiglio dei Ministri decise di azzerare l’opposizione di chi, sul campo, valutava l’insostenibilità di un progetto di repowering che prevede 27 aerogeneratori alti 180 metri nel Comune di Codrongianos sulle colline a ridosso della Piana di Saccargia, contesto di una Basilica tra le più importanti dell’isola.
Ignorando deliberatamente i pareri tecnici fortemente negativi espressi dal Ministero della Cultura e dalle Soprintendenze, Draghi in persona che allora era Presidente del Consiglio dei Ministri, impose la propria linea: l’interesse energetico nazionale è superiore a qualsiasi tutela del patrimonio storico. Quella decisione politica del 2022 non fu solo un atto amministrativo, ma il “peccato originale” di questa vicenda: il momento in cui, dietro la maschera di una necessaria rivoluzione energetica, si scelse di svendere il valore inestimabile di un’intera area, trasformandola in un quadrilatero di sfruttamento industriale.
Questo intervento d’imperio, attuato attraverso lo strumento giuridico dell’avocazione e agevolato dalle maglie larghe del Decreto Semplificazioni (DL 77/2021), ha creato un precedente devastante. Ha dimostrato che, per la politica centrale, le valutazioni degli organi di protezione del patrimonio storico e naturale sardo sono ostacoli burocratici da aggirare per via politica. Da quel momento, ogni passaggio burocratico successivo non è stato che la messa in opera di una volontà già decisa a Roma, calata su una Regione Sardegna spesso rimasta spettatrice, o complice, di un processo di de-territorializzazione forzata.
La strategia della saturazione: un mosaico di progetti senza visione d’insieme
Al di là dell’importanza paesaggistica, a Saccargia il rischio più allarmante riguarda la tenuta fisica e geologica del sottosuolo. Il territorio intorno alla Basilica di Saccargia è oggi a rischio di saturazione industriale a causa della frammentazione progettuale. Accanto all’intervento di ERG, si sommano le iniziative di altri proponenti come FRI-EL, wpd, Marte, Poveglia e GRV, i cui progetti sono stati analizzati in modo isolato, senza una valutazione di impatto cumulativo che considerasse la tenuta complessiva dell’ecosistema.
Le relazioni tecniche depositate agli atti documentano conflitti e interferenze tra le singole iniziative, con le aziende stesse che hanno sollevato rilievi sulla sovrapposizione dei piani particellari e sulla vicinanza eccessiva tra le turbine. I documenti di proponenti come Poveglia e GRV confermano che gli scavi e le fondazioni profonde fino a 30 metri necessari per sorreggere torri da 180 metri interconnettono e minacciano direttamente le vene idriche sotterranee che alimentano l’intero bacino. Superati i vincoli culturali per via politica nel 2022, oggi si rischia di calpestare il principio europeo del DNSH (Do No Significant Harm) sulla tutela delle acque e della biodiversità, trasformando una vallata fertile in un deserto idrogeologico.
La trappola del silenzio-assenso e i punti oscuri della nuova AU n. 463
Per capire come la volontà politica del Governo Centrale si sia tradotta in un atto vincolante, è necessario analizzare il meccanismo burocratico che ha esautorato il territorio, caratterizzato da un percorso a tentoni della Regione Sardegna che ha visto la RAS soccombere ripetutamente dinanzi alla giustizia amministrativa. L’inceppo della macchina burocratica regionale risiede in una grave negligenza degli uffici: nel 2024, la RAS ha lasciato decorrere il termine perentorio del 14 giugno senza impugnare la sentenza del Consiglio di Stato che sanciva la perniciosa decisione di Draghi, pubblicata provvidenzialmente proprio il giorno prima dell’insediamento ufficiale della giunta Todde e ben 9 mesi dopo l’udienza. Il decorso di quella scadenza ha fatto scattare l’istituto giuridico del silenzio-assenso, determinando la formazione tacita del titolo autorizzativo a favore di ERG senza possibilità di replica.
Da quel momento, la Regione ha perso il controllo della procedura. Ogni successivo tentativo degli uffici di opporsi o di sospendere l’iter è stato vanificato dal TAR Sardegna che, con la sentenza n. 847/2024, ha dichiarato valida e inattaccabile tale autorizzazione. Costretta a formalizzare l’atto, la Regione ha emesso la prima versione dell’Autorizzazione Unica (la n. 685/2025). A causa del clamore mediatico generato dalla vicenda, la RAS ha tentato di tutelare il territorio inserendo in extremis prescrizioni severissime e una fideiussione di importo elevato, ma lo ha fatto senza produrre gli studi tecnici necessari a motivarle legalmente. Questo ha offerto a ERG il pretesto per un nuovo ricorso, culminato nella successiva sentenza del TAR n. 347/2026: il giudice, rilevate le lacune, ha ordinato alla Regione non di annullare le tutele, ma di integrarle e di definire chiaramente i vincoli idrogeologici, la fideiussione e il piano espropriativo.
È a questo punto che si compie il passaggio definitivo, che ci porta ai giorni nostri. Invece di adempiere prontamente alle integrazioni richieste dal tribunale, la Regione ha scelto la via più sbrigativa: l’annullamento in autotutela della vecchia disposizione per emettere, in tempi record, l’attuale Autorizzazione Unica n. 463, firmata il 28 aprile e appena pubblicata sul BURAS. Un ritardo nella pubblicazione che sembra voler mascherare la fretta istruttoria che ha generato un atto fortemente sbilanciato a favore del proponente, lasciando aperte molteplici criticità tecniche e giuridiche:
L’Articolo 8 della nuova Autorizzazione Unica rimanda la definizione delle “opere di compensazione ambientale e territoriale” a una successiva e futura convenzione bilaterale da stipularsi tra la società e i Comuni di Nulvi e Ploaghe. L’opera, in sostanza, viene autorizzata prima ancora che siano stati definiti i reali benefici o le misure di mitigazione per le comunità ospitanti, lasciando i piccoli enti locali in una posizione di evidente debolezza negoziale di fronte al colosso industriale.
L’Articolo 13 è la dimostrazione più evidente di come l’ente pubblico abbia esautorato se stesso. Il testo stabilisce che l’onere finanziario, le procedure operative e l’obbligo di notifica formale ai privati proprietari dei terreni gravino interamente sulla società proponente. Decretando la “pubblica utilità” dell’opera, la Regione si è sfilata dalla gestione diretta degli espropri, scaricando sui cittadini e sul soggetto privato l’inevitabile contenzioso sociale e patrimoniale che ne deriverà.
Come se non bastasse, la misura viene licenziata nonostante persistano gravi incertezze sull’effettiva congruità della fideiussione necessaria a garantire la futura dismissione dell’impianto e manchino le concessioni demaniali aggiornate.
Questo agire è stato accompagnato da una opacità documentale che ha richiesto persino l’intervento del Garante della Privacy a seguito di un’istanza FOIA presentata dal comitato GRUTTES il 19 marzo di quest’anno, volta a ottenere trasparenza su atti rimasti per mesi lontano dalla consultazione pubblica. L’atto è ora esposto alla verifica: i 60 giorni previsti dalla legge per l’impugnazione dinanzi al TAR Sardegna non sono soltanto una scadenza burocratica, ma l’ultimo spazio democratico per trasformare i rilievi oggettivi degli enti di controllo in un ricorso legale volto a impedire la de-territorializzazione forzata della Piana di Saccargia.
L’ultimo argine: la parola ai territori
Se le istituzioni regionali hanno scelto la via dell’arrendevolezza burocratica e dell’autotutela sbrigativa, la difesa della Piana di Saccargia torna interamente nelle mani delle comunità locali, dei comitati territoriali e di chi si oppone alla logica del fatto compiuto. Da questo momento parte un conto alla rovescia di 60 giorni: un timer cruciale entro il quale è ancora possibile — e doveroso — presentare ricorso al TAR Sardegna per abbattere questo provvedimento.
I prossimi due mesi decideranno il futuro del nostro territorio, e non solo della Piana di Saccargia. Ogni singolo atto che lede i diritti delle nostre comunità e dei cittadini rappresenta un precedente devastante: se passa qui, diventerà la norma ovunque. La partita non si è affatto conclusa con una firma a Cagliari, perché il testo dell’AU n. 463 è finalmente pubblico ed è tutt’altro che blindato. Le sue crepe tecniche e giuridiche sono evidenti e clamorose: dalle fideiussioni prive di solide garanzie per la futura dismissione dell’impianto, ai vincoli idrogeologici ignorati che minacciano il sottosuolo, fino al ricatto dell’Articolo 8 che pretende di autorizzare i lavori prima ancora di aver definito le compensazioni con i Comuni. Abbiamo tra le mani motivazioni legali profonde e inattaccabili, una base d’acciaio su cui costruire un’opposizione giudiziaria vincente.
È il momento di alzare la testa e dimostrare che l’identità, la storia e la terra di un popolo non possono essere liquidate con un silenzio-assenso. La resistenza per Saccargia dura da quasi dieci anni, e non si ferma oggi.
Il cortocircuito politico-istituzionale della transizione energetica in Sardegna
