Lingua Sarda
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Oltre la forma: perché il “trattino” non salverà la lingua sarda (né i diritti di nessuno)

C’è un equivoco di fondo che sta attraversando il dibattito culturale e politico della nostra isola. Un equivoco che un recente articolo apparso su S’Indipendente, a firma di Caterina Vittoria Roselli e intitolato “O sard_ o inclusiv_”, mette a nudo in tutte le sue contraddizioni. 

L’intento dichiarato dall’autrice è nobile: evitare di escludere, sminuire o stereotipare le persone attraverso la comunicazione. Tuttavia, la soluzione proposta – l’introduzione del trattino basso (_) per cancellare il maschile sovraesteso nella lingua sarda – rappresenta una forzatura che rischia di produrre l’effetto opposto a quello desiderato.

Non si tratta di difendere una presunta “purezza” della lingua, né di negare la necessità di una società paritaria e giusta. Si tratta di capire se per raggiungere la vera inclusione si debba stravolgere la struttura della grammatica, creando barriere ed elitismi, o se la strada corretta sia un’altra: rispostare il focus dal codice al significato profondo, dalla cosmesi formale all’agire politico e sociale concreto.

Dalle aule anglosassoni al codice linguistico: il rischio della “backdoor” ideologica

Nel suo intervento, Caterina Vittoria Roselli respinge con forza l’accusa di “obbedienza cieca a un dogma importato”, rivendicando la legittimità di cercare una “strada sarda” al linguaggio inclusivo. Tuttavia, la struttura concettuale di questa proposta tradisce precisamente la sua origine esterna ed elitaria.

I modelli di neutralizzazione grafica non nascono tra le comunità locali, nelle campagne o nei posti di lavoro della Sardegna, ma nell’ambito degli Identity Studies delle università americane tra gli anni ’80 e 2000. Quel quadro teorico, basato sul decostruzionismo, postula che la realtà sia interamente costruita dal linguaggio e che ogni struttura grammaticale rappresenti un rapporto di potere da smontare.

Negli Stati Uniti, questa visione non è rimasta confinata nelle aule universitarie, ma è stata strutturata ed esportata da un apparato di advocacy e lobbying LGBTQ+ estremamente potente ed economicamente influente — guidato da organizzazioni come la Human Rights Campaign e GLAAD, sostenute dai grandi fondi filantropici e dai colossi del corporate America. Attraverso strumenti di pressione politica, rating aziendali (come il Corporate Equality Index) e linee guida editoriali, queste lobby hanno trasformato teorie accademiche di nicchia in prassi istituzionale ed egemonia culturale, estendendone il modello a livello globale.

Trapiantare uno schema nato per l’inglese — lingua strutturalmente priva di genere grammaticale per cose e aggettivi — sulle lingue romanze e su una lingua minorizzata come il sardo richiede forzature del tutto artificiali. Pretendere che il riscatto del sardo debba uniformarsi ai codici del transfemminismo accademico significa praticare un’ulteriore forma di paternalismo. Dopo aver subito per decenni la marginalizzazione da parte dell’italiano, la nostra lingua non ha certo bisogno di una seconda colonizzazione sintattica, guidata stavolta dai registri ideologici di lobbisti americani.

Ma il punto davvero cruciale è un altro: il codice linguistico è neutro, e la sua neutralità va difesa proprio per proteggerlo.

Quando riduciamo i retaggi storici a pura convenzione comunicativa — come nel caso del maschile sovraesteso o di formule quotidiane come «ciao», che deriva storicamente da «schiavo» —, depotenziamo qualsiasi carico ideologico del passato e trasformiamo la lingua in un puro strumento di relazione interpersonale globale e assolutamente inclusivo.

Se invece decidiamo che la grammatica può e deve essere modificata per rispondere a un’istanza politica, creiamo un precedente pericolosissimo. Spalanchiamo una vera e propria backdoor concettuale: se si accetta il principio che il codice è un terreno di conquista manipolabile dall’ideologia del momento — per quanto nobili siano le intenzioni —, si dà il permesso a qualunque altra ingerenza esterna di fare lo stesso.

Difendere la neutralità del codice non significa essere reazionari; significa erigere uno scudo difensivo contro la colonizzazione culturale dall’interno, impedendo che la lingua sarda diventi terreno di scontro per egemonie ideologiche estranee alla nostra comunità.

Virtue Signaling e Comunicazione Nonviolenta: la trappola del trattino

L’adozione di espressioni grafiche come il trattino basso (_) non nasce da un’esigenza popolare, ma funziona come un vero e proprio meccanismo di controllo e selezione sociale, mascherato da comportamento virtuoso:

  • La marca di appartenenza (Virtue Signaling): L’uso dell’underscore o altri caratteri grafici,funziona come una divisa per segnalare la propria appartenenza a una cerchia ristretta. Serve a dimostrare di essere persone “istruite, aggiornate e moralmente allineate”. Chi continua a usare la lingua naturale viene automaticamente categorizzato come “reazionario” o “patriarcale”, a prescindere dal contenuto di ciò che dice o da come agisce nella vita reale.
  • Il test di conformità e lo spostamento della colpa: Costringere una comunità a modificare il proprio codice quotidiano è una dimostrazione di forza ideologica. Modificare un trattino sulla tastiera costa zero a chi detiene il potere politico ed economico, ma garantisce un brevetto di progressismo utile a compiacere forti e ben documentati interessi lobbistici, spostando l’attenzione dalle vere ingiustizie materiali della società alla forma delle parole. 

Spostare la battaglia sulla forma grammaticale genera una dinamica escludente. Per comprenderla è utile ricorrere alla Comunicazione Nonviolenta (CNV) dello psicologo Marshall Rosenberg, che distingue tra due modalità espressive: il linguaggio dello Sciacallo (basato sul giudizio, la pretesa, la divisione morale tra “buoni” e “cattivi”) e il linguaggio della Giraffa (empatico, orientato ai bisogni reali e alla connessione). 

L’approccio di Roselli ostenta le intenzioni della Giraffa, ma scivola nella prassi dello Sciacallo: sostenere che chi critica l’uso dei trattini stia in realtà difendendo la stratificazione patriarcale della società, crea una spaccatura morale ed etichetta l’altro. Rosenberg insegna che cambiare le parole non cambia i sentimenti se sotto rimane il giudizio.

Il divorzio tra orale e scritto: dalla LSC al “sardo da laboratorio”

È sul terreno della sociolinguistica e della vita reale della lingua sarda che l’uso dell’underscore rivela la sua inadeguatezza. La nostra lingua vive già una condizione di profonda fragilità. Il rapporto tra il sardo parlato e quello scritto è un equilibrio delicato, segnato da dibattiti mai del tutto risolti sulla standardizzazione.

Come viene giustamente evidenziato da studiosi e realtà che lavorano sulla tutela della lingua, come l’Acadèmia de su Sardu , gli standard scritti proposti finora — a partire da una Limba Sarda Comuna (LSC) ancora imperfetta — rischiano spesso di rimanere codici astratti, formali e “da laboratorio”. 

Esiste il pericolo concreto di creare una lingua che si scrive negli uffici o nei documenti pubblici, ma che nessuno parla davvero nella vita di tutti i giorni, nelle piazze, nei paesi o nelle famiglie.

In un contesto già così complesso, introdurre simboli come il trattino basso (_) significa assestare un colpo di grazia al legame tra scritto e parlato:

  1. L’azzeramento dell’oralità: Il sardo è una lingua a fortissima matrice orale e popolare. Come si pronuncia un trattino basso in una poesia estemporanea, in una cantada, in una lezione scolastica o in una conversazione al mercato? Una risposta non esiste, perché l’underscore è un segno telematico nato per la programmazione informatica, non per la fonetica umana.
  2. L’accentuazione dell’elitismo: Se alla rigidità di uno standard scritto non assimilato si aggiunge la ginnastica mentale dei trattini, la lingua sarda cessa di essere uno strumento di popolo. Diventa un gergo cifrato riservato a una ristretta cerchia urbana e universitaria, allontanando definitivamente gli anziani, i madrelingua naturali e chiunque cerchi semplicemente di esprimersi senza doversi sottoporre a un esame di conformità ideologica.

L’appello ad ANS: ritrovare le priorità strategiche della decolonizzazione

L’Assemblea Natzionale Sarda (ANS) rappresenta e deve continuare a rappresentare un presidio politico-culturale fondamentale per il nostro popolo. Proprio per il valore strategico che questa struttura ricopre nella costruzione di una consapevolezza nazionale sarda, si rende necessaria una profonda e matura riflessione interna.

Quando le istanze ideologiche di importazione o le dispute simboliche sul linguaggio di genere finiscono per prendersi il centro della scena, il rischio non è solo quello di alimentare inutili spaccature interne. Il rischio reale è l’inversione delle priorità.

Se un’organizzazione identitaria disperde energie in dibattiti dottrinali sulla forma delle parole, finisce per indebolire la sua azione primaria: la promozione reale del sardo come patrimonio vivo, la decolonizzazione culturale e la contro-informazione storica portata avanti con S’Indipendente e con iniziative fondamentali come Faulas

ANS ha il potenziale per essere un motore di consapevolezza collettiva e riscatto identitario; per farlo, deve continuare a parlare a tutto il popolo sardo, preservando la propria autorevolezza ed evitando di rincorrere codici d’élite che ne frammentano la portata strategica.

Sovranità digitale e neologismi: la vera sfida del sardo nel mondo

Mentre ci si perde dietro a trattini e acrobazie ideologiche, la vera partita per il futuro della lingua sarda si gioca sull’attualizzazione del codice e sulla sovranità digitale.

La modernizzazione del sardo non passa attraverso la copia servile del lessico burocratico della LSC o l’importazione di simboli telematici impropri, ma attraverso l’applicazione rigorosa delle regole storiche e morfologiche della nostra lingua per generare neologismi autentici

Dobbiamo avere il coraggio di descrivere la modernità, l’ecologia, l’economia globale e la tecnologia partendo dalle nostre radici concettuali. In caso contrario, lo standard comune si ridurrà a un guscio vuoto: un codice che pensa interamente in italiano e si limita a trascriversi in sardo.

È proprio in questa ricerca di autenticità che si gioca l’importanza di avere un sistema linguistico coerente in rete. I sistemi digitali, i traduttori automatici e l’Intelligenza Artificiale non vanno per forza visti con diffidenza: se impariamo a governare la tecnologia, la traduzione automatica può trasformarsi nel veicolo più potente per diffondere e affermare il sardo nel mondo.

Avere un codice online solido e coerente significa compiere un atto di democrazia e sovranità linguistica: permette anche a chi non ha avuto la fortuna di nascere madrelingua nativo di tradurre, scrivere ed esprimersi nella lingua della propria terra. Questo innesca un circolo virtuoso generazionale: più testi corretti e naturali circolano in rete, più persone avranno l’opportunità di leggere e assimilare le strutture autentiche del sardo. La tecnologia, da potenziale strumento di contaminazione e omologazione, si converte così nel motore della nostra stessa rinascita culturale.

La vera inclusione è nella comunità, non nella sintassi

Fare della lingua sarda un campo di prova per codici grafici la condanna a un’ulteriore marginalizzazione. Il sardo non ha bisogno di correttori di bozze ideologici, né di marchi per stabilire chi sia “abbastanza inclusivo”.

La vera inclusività si misura dall’uso proattivo della comunicazione: dal rispetto reciproco, dall’ascolto e dall’accoglienza dei bisogni reali all’interno della comunità. La lingua sarda è inclusiva quando viene usata per unire le persone nelle lotte territoriali, per tramandare la memoria, per denunciare i soprusi e per costruire un futuro di autodeterminazione per tutto il popolo sardo, senza distinzioni.

Riprendiamoci il senso delle parole e lasciamo i trattini al codice informatico. La liberazione della Sardegna e delle persone che la abitano si rende oggi necessaria per la difesa dei diritti della terra e del popolo sardo e non passa di certo per la riscrittura del nostro codice per interessi ideologici esterni. 

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