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Il polo della Black Mass a Portovesme: impatti ambientali, il ricatto occupazionale e gli strumenti di difesa per la Sardegna

Mentre l’opinione pubblica viene costantemente circuita con promesse di modernizzazione e occupazione, sopra le teste dei sardi si consuma l’ennesima operazione industriale destinata a segnare per i prossimi decenni il futuro ambientale ed economico dell’isola.

La multinazionale anglo-svizzera Glencore, colosso mondiale delle materie prime e del settore minerario, attraverso la sua controllata Portovesme S.r.l., intende trasformare il polo metallurgico del Sulcis-Iglesiente nel più grande hub europeo per il riciclo e la raffinazione della cosiddetta black mass. Parliamo della polvere scura ricavata dalla triturazione delle batterie agli ioni di litio esauste provenienti da veicoli elettrici, apparecchiature elettroniche e impianti industriali di mezza Europa.

Un’eredità mineraria su un territorio già saturo

Per comprendere la portata di quanto sta accadendo, occorre guardare alla realtà di un territorio già martoriato. Il polo di Portovesme rientra infatti a pieno titolo nel Sito di Interesse Nazionale (SIN) di Sulcis-Iglesiente-Guspinese, una perimetrazione d’emergenza definita dal Testo Unico Ambientale (D.Lgs. 152/2006) a causa del devastante stato di contaminazione dei suoli, delle falde acquifere e del tratto di mare costiero.

Questa drammatica eredità è il frutto di oltre un secolo di estrazione mineraria e lavorazione di metalli pesanti come piombo e zinco. Calare in una zona già ambientalmente satura e biologicamente compromessa un nuovo e massiccio ciclo di lavorazione ad alta intensità chimica non significa portare sviluppo, ma aggiungere un carico tossico incognito sopra una ferita mai rimarginata.

Per troppi anni ai sardi è stata raccontata la favola dell’industriale straniero illuminato che viene a portare la civilizzazione e il pane, mentre la realtà storica dimostra l’opposto: un modello estrattivo che lascia al territorio i fanghi, il fetore e i veleni, portando via i profitti e le risorse. È il momento di analizzare la sostanza tecnica del progetto per svelare l’ennesima illusione coloniale proposta sotto le mentite spoglie della sostenibilità ecologica e dello “sviluppo” per il territorio.

I numeri della chimica: 100 milioni di chili di residui in vent’anni

Dietro la patina propagandistica della “transizione ecologica” e dell’economia circolare, i numeri ufficiali del bilancio di massa dell’impianto rivelano una realtà ben diversa e decisamente allarmante.

Il progetto presentato da Portovesme S.r.l. in collaborazione con la società canadese Li-Cycle si articola in due fasi ben distinte: una prima fase sperimentale, denominata LI-DEMO PLANT, pensata per trattare circa 11.000-12.000 tonnellate all’anno di materiale, e una seconda fase a regime industriale che prevede la lavorazione di ben 25.000 tonnellate annue — ovvero 25 milioni di chilogrammi — di black mass e soluzioni arricchite al litio.

È fondamentale chiarire un punto tecnico: la raffinazione della black mass non è una semplice triturazione meccanica, ma un complesso e invasivo processo idrometallurgico che impiega lisciviazione acida con reagenti chimici aggressivi per separare cobalto, nichel, litio e manganese.

Nessun processo chimico industriale ha una resa del 100%. L’efficienza idrometallurgica di questo tipo di impianti consente di recuperare mediamente l’80% dei metalli nobili. E il restante 15-20%? Questa quota, pari a circa 5 milioni di chilogrammi all’anno di materia in ingresso, non svanisce nel nulla, ma si trasforma in scarti chimici altamente pericolosi e non commercializzabili: si tratta di fanghi di filtrazione acida, precipitati ricchi di metalli pesanti residui, solfati di calcio e grafite impura.

Facendo un calcolo proiettato sull’arco di vent’anni di attività dell’hub a regime, significa che a Portovesme si accumuleranno oltre 100 milioni di chilogrammi di scarti e residui tossici. Questi materiali dovranno essere stoccati, gestiti e tombati direttamente nei bacini e nelle discariche interne al sito di Portovesme, aumentando la pressione su un ecosistema idrogeologico già sull’orlo del collasso.

I cenacoli europei, la spinta di Roma e la chimera occupazionale

Pretendere di risolvere la transizione energetica del continente europeo trasformando la Sardegna nella discarica dei suoi residui chimici è un’operazione che non ha nulla di ecologico.

A rendere ancora più torbida la vicenda è l’intreccio politico-ideologico che vede allineati i centri di potere europei, i ministeri romani e le multinazionali della speculazione. L’ambito di interesse in cui si inserisce questo progetto trova la sua spinta propulsiva nelle dottrine della competitività ad ogni costo sostenute da cenacoli tecnocratici come il Rhine Group e dai report neoliberisti legati all’impostazione di Mario Draghi.

Questi think tank e circoli d’influenza lavorano metodicamente per spianare la strada al capitale industriale, promuovendo deregolamentazioni e corsie preferenziali sotto l’insegna dell’autosufficienza strategica continentale. È la logica del Critical Raw Materials Act dell’Unione Europea, recepita a braccia aperte dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT), che inserisce Portovesme tra i siti di interesse strategico nazionale, trasformando i territori periferici in zone di sacrificio per alimentare l’industria centrale europea.

Forte di questa sponda politico-istituzionale, la Portovesme S.r.l. ha provato a forzare la mano a livello locale, chiedendo alla Regione Autonoma della Sardegna di far passare il progetto LI-DEMO PLANT attraverso una procedura di Verifica di assoggettabilità alla VIA (screening), tentando di eludere la Valutazione di Impatto Ambientale e cercando così una corsia autorizzativa semplificata e rapida. Tuttavia, il Servizio Valutazioni Ambientali (SAVI) dell’Assessorato regionale della Difesa dell’Ambiente ha sbarrato la strada a questo tentativo, stabilendo in maniera perentoria che l’impianto deve essere sottoposto a una Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) ordinaria, proprio a causa dei gravi rischi legati alla pericolosità dei reattivi chimici e all’effetto cumulativo delle scorie in una zona SIN.

Di fronte allo stop della Regione, è subito scattato il classico ricatto occupazionale: la minaccia di fermare gli investimenti e di chiudere le linee di produzione tradizionali, brandita come un’arma impropria contro i lavoratori e i sindacati. Ma questa è solo l’ennesima illusione a cui i sardi dovrebbero smettere di credere.

Gli impianti idrometallurgici ad alta tecnologia dedicati alla black mass sono strutture quasi completamente automatizzate, a circuito chiuso, gestite da reattori chimici che richiedono un numero irrisorio di addetti specializzati. La promessa che questo hub garantirà la tenuta occupazionale dell’intero bacino industriale del Sulcis è un inganno scientificamente smentito dalla natura stessa dei processi chimici industriali moderni.

È giunto il momento di rompere la gabbia psicologica del “lavoro a tutti i costi”, anche al prezzo del veleno, che per troppi decenni ha tenuto in ostaggio le comunità locali.

La bonifica integrale: la vera filiera del riscatto e del lavoro

I sardi devono smettere di guardare agli industriali d’oltremare come a dei benefattori e iniziare a pretendere che il proprio territorio venga trattato con la dignità che merita. L’unica vera alternativa industriale virtuosa, capace di garantire un’occupazione duratura, diffusa e finalmente con le mani pulite, non è la sostituzione di un vecchio impianto inquinante con un nuovo veleno chimico, ma la bonifica integrale ed esaustiva dell’intero territorio del Sulcis.

La decontaminazione dei suoli, il pompaggio e il trattamento delle falde acquifere avvelenate, la messa in sicurezza definitiva dei vecchi bacini di decantazione e il ripristino ecologico della fascia costiera costituiscono un cantiere maestoso che richiede decenni di lavoro continuativo. Questo processo di risanamento necessita dell’impiego diretto di centinaia di operai, tecnici di cantiere, ingegneri ambientali, geologi, chimici e biologi, creando una filiera di competenze ad alto valore aggiunto che rimarrebbe patrimonio intangibile della Sardegna.

Non si tratta di una pretesa irrealizzabile o utopica, ma dell’applicazione rigorosa del principio giuridico fondamentale sancito dall’Unione Europea: il principio “Chi inquina paga” (Polluter Pays Principle).

Chi ha estratto ricchezza dal sottosuolo sardo lasciando sul campo un deserto ambientale ha l’obbligo legale ed etico di finanziare la bonifica e il ripristino dello stato dei luoghi prima di avanzare qualsiasi nuova pretesa industriale.

Continuare a concedere autorizzazioni per nuovi impianti ad alto impatto chimico all’interno di un Sito di Interesse Nazionale significa inoltre violare apertamente il diritto comunitario. Si scontra con la Direttiva Quadro sulle Acque (2000/60/CE), che impone agli Stati membri il divieto assoluto di deterioramento dei corpi idrici e l’eliminazione graduale delle sostanze pericolose prioritarie. Violerebbe la Direttiva Habitat (92/43/CEE) e le tutele della Rete Natura 2000 per la vicinanza a Zone Speciali di Conservazione costiere, in cui vige il Principio di Precauzione sancito dall’Articolo 191 del Trattato sul Funzionamento dell’UE.

Pretendere la bonifica non è un atto di protesta cieca, ma l’affermazione del diritto della Sardegna alla propria sovranità ecologica e alla salute dei propri cittadini.

I due livelli di difesa: la responsabilità della RAS e l’azione dal basso

Per impedire che questo progetto si trasformi nell’ennesimo fatto compiuto sulla pelle delle comunità locali, bisogna distinguere i compiti istituzionali che gravano sulle spalle della Regione Autonoma della Sardegna dalle azioni di lotta dal basso che spettano direttamente ai cittadini.

Sul piano istituzionale, la difesa della Sardegna compete prima di tutto alla RAS: la Giunta e l’Assessorato dell’Ambiente devono mantenere inamovibile lo stop imposto dal Servizio SAVI, blindando la procedura di VIA ordinaria ed evitando ogni forma di cedimento politico di fronte ai tentativi di bloccaggio o alle pressioni dei ministeri romani.

Se il Governo centrale dovesse tentare di forzare la mano invocando poteri sostitutivi o corsie d’emergenza dettate dal Critical Raw Materials Act, la Regione ha la precisa responsabilità giuridica di impugnare immediatamente ogni provvedimento d’imperio dinanzi al Tribunale Amministrativo Regionale (TAR) e alla Corte Costituzionale per difesa dell’autonomia e del proprio patrimonio ambientale.

Allo stesso tempo, la RAS deve esercitare il proprio peso istituzionale sui Comuni dell’area vasta, offrendo supporto tecnico e legale per difendere i piani urbanistici locali contro gli insediamenti a rischio.

Ma le istituzioni da sole non bastano se manca la spinta popolare: per i cittadini e le associazioni del territorio la strada della resistenza è altrettanto concreta e praticabile.

Non appena Portovesme S.r.l. presenterà lo Studio di Impatto Ambientale (SIA) per la VIA ordinaria, si aprirà la fase di consultazione pubblica: è quello il momento in cui ogni singolo cittadino, comitato o associazione ha il potere legale di presentare formali Osservazioni Tecniche ai sensi del D.Lgs. 152/2006, evidenziando le carenze del bilancio di massa, i pericoli per la falda e l’inadeguatezza delle discariche. A queste osservazioni l’autorità competente deve rispondere per legge.

In secondo luogo, i cittadini devono organizzare la pressione democratica dal basso sui propri Consigli Comunali, pretendendo l’approvazione di delibere ufficiali che dichiarino il no vincolante dei territori all’ingresso e allo stoccaggio di rifiuti speciali pericolosi da fuori regione.

Infine, rimane aperta la strada dell’Europa: attraverso l’invio di una petizione formale alla Commissione PETI del Parlamento Europeo, le comunità locali possono denunciare direttamente a Bruxelles le violazioni delle direttive idriche e ambientali.

La difesa della nostra terra non è un’illusione, ma una battaglia di civiltà che richiede di smettere di subire e iniziare a pretendere rispetto.

Note e Fonti

  • Decreto Legislativo 3 aprile 2006, n. 152 (Testo Unico Ambientale) – Titolo V della Parte IV (Disciplina delle bonifiche dei siti contaminati, Sito di Interesse Nazionale – SIN Sulcis-Iglesiente-Guspinese) e norme sulla Valutazione di Impatto Ambientale (VIA).
  • Determinazione e Parere del Servizio SAVI – Assessorato della Difesa dell’Ambiente della Regione Autonoma della Sardegna – Reiezione dell’istanza di Verifica di assoggettabilità alla VIA (screening) presentata da Portovesme S.r.l. per l’impianto “LI-DEMO PLANT” e obbligo di sottoposizione a VIA ordinaria.
  • Regolamento (UE) 2024/1252 del Parlamento Europeo e del Consiglio (Critical Raw Materials Act) – Quadro normativo europeo per l’approvvigionamento e la raffinazione di materie prime critiche e progetti industriali strategici.
  • Analisi delle politiche industriali e think tank europei – Riferimento alle dottrine di deregolamentazione ed estrazione strategica promosse da circoli e report neoliberisti europei (es. direttrici del Report Draghi sulla competitività e studi d’area del Rhine Group) a supporto dell’accelerazione dei progetti estrattivi e di riciclo industriale.
  • Direttiva 2000/60/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio (Direttiva Quadro sulle Acque) – Articoli 1 e 4 sul divieto di deterioramento dei corpi idrici e riduzione/eliminazione degli scarichi di sostanze pericolose prioritarie.
  • Direttiva 92/43/CEE del Consiglio (Direttiva Habitat) e Rete Natura 2000 – Protezione delle Zone Speciali di Conservazione (ZSC) e applicazione del Principio di Precauzione ex Art. 191 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE).
  • Principio “Chi inquina paga” (Polluter Pays Principle) – Articolo 191, paragrafo 2, del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE) e recepimento nel Testo Unico Ambientale italiano.

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