Alto Adige e Sardegna a confronto: perché i numeri non bastano a spiegare l’Autonomia
Di Elena Pinna
Pochi giorni fa mi è stato condiviso un articolo, corredato da una risposta, nel quale si metteva a confronto l’autonomia altoatesina con quella sarda, cercando di individuare eventuali analogie e, al contempo, di spiegare le differenze che contraddistinguono queste due realtà.
Ritengo, con estrema umiltà, che chi, più che ai documenti nudi e crudi, può fare riferimento a un’esperienza di vita maturata nell’arco di vent’anni in quel luogo, possa rilevare diversi elementi che fanno pensare che chi ha elaborato queste analisi non conosca fino in fondo la realtà altoatesina.
Una realtà che si può certamente tentare di ricostruire dal punto di vista economico e sociale attraverso dati, numeri, studi e libri. Ma ci sono dinamiche che, per essere comprese davvero, richiedono anche di aver vissuto quel territorio, di averne conosciuto direttamente il tessuto sociale e di averne osservato i meccanismi dall’interno.
L’Alto Adige è una realtà profondamente diversa dalla Sardegna, banalmente anche per il particolare sistema finanziario e fiscale legato alla sua autonomia. Una quota molto rilevante delle entrate generate sul territorio rimane infatti nella disponibilità della Provincia, consentendo alle risorse di rimanere più a lungo all’interno del circuito economico locale. Questo produce flussi continui di denaro che, uniti a una buona capacità di spesa e a una programmazione orientata agli interessi del territorio, contribuiscono a rendere il sistema particolarmente efficiente.
C’è però un altro aspetto, tutt’altro che secondario, che secondo me non può essere ignorato quando si parla dell’economia altoatesina: il rapporto tra imprenditoria, fiscalità e reinvestimento della ricchezza.
Soprattutto in alcuni settori, come quello alberghiero e turistico, esiste una realtà economica fatta anche di evasione fiscale e di ricchezza non completamente dichiarata. È un fenomeno di cui si parla relativamente poco, ma che fa parte delle dinamiche economiche del territorio. Una parte della liquidità che non viene intercettata dal fisco può essere mantenuta all’interno delle attività e reinvestita. Questo contribuisce a spiegare, almeno in parte, la maggiore capacità di accumulare capitale e di reinvestirlo nell’economia locale.
Quando poi si parla dell’affievolimento del sentimento indipendentista altoatesino come conseguenza del buon funzionamento dell’autonomia, credo che si debba fare una distinzione.
È vero che un’autonomia forte, capace di garantire benessere e stabilità, può ridurre la spinta verso l’indipendenza o verso l’annessione all’Austria. Ma questa è soltanto una parte della storia.
L’Alto Adige sta attraversando anche un processo di apertura sociale molto più profondo rispetto al passato. Stanno aumentando gli incroci tra famiglie italiane e famiglie altoatesine di lingua tedesca, e questo sta progressivamente modificando il tessuto sociale.
Di conseguenza, quel sentimento indipendentista che storicamente si alimentava anche di una forte contrapposizione alla presenza italiana tende inevitabilmente a ridimensionarsi. Non soltanto perché l’autonomia funziona, dunque, ma perché la società stessa sta cambiando.
Le persone si spostano, seguono il lavoro e costruiscono relazioni. E oggi, rispetto al passato, esistono molti più strumenti per entrare nel tessuto sociale altoatesino.
Un esempio molto concreto riguarda le compagne e le mogli dei membri delle forze dell’ordine trasferiti in Alto Adige. Molte di loro, nel tempo, conseguono il patentino linguistico, trovano un lavoro e riescono progressivamente a inserirsi nella società locale. In alcuni casi arrivano persino a lavorare nel settore pubblico, che storicamente era fortemente caratterizzato dalla presenza della componente di lingua tedesca.
Oggi, infatti, è possibile incontrare anche persone provenienti dal Mezzogiorno che lavorano all’interno della pubblica amministrazione altoatesina. È un cambiamento significativo rispetto al passato.
Qualcuno potrebbe allora pensare che, proprio per questo, dovrebbe riemergere un forte sentimento indipendentista, come reazione alla crescente presenza italiana.
Ma anche qui la realtà è più complessa.
L’Alto Adige sta cambiando perché stanno aumentando le parentele, gli scambi e le relazioni tra le due comunità. In qualche modo si sta “contaminando” con la cultura italiana e, inevitabilmente, anche con alcuni suoi modi di vivere e di operare.
Questo non significa che siano scomparse le differenze o le tensioni storiche. Significa però che il vecchio schema di contrapposizione tra una comunità tedesca e una presenza italiana sempre percepita come estranea è diventato molto più difficile da mantenere.
Sono invece pienamente d’accordo su un altro punto evidenziato nell’analisi: la presenza storica di una classe dirigente che ha avuto come priorità gli interessi dell’Alto Adige.
Questo è un dato che ho potuto osservare anche direttamente. Ci sono state situazioni nelle quali gli appalti pubblici venivano orientati in modo tale da evitare che finissero nelle mani di imprese provenienti da altre regioni, favorendo invece aziende altoatesine.
L’esatto OPPOSTO di ciò che accade in Sardegna.
Al di là della valutazione giuridica e politica di queste pratiche, il dato che emerge è evidente: l’obiettivo era quello di mantenere la ricchezza e le opportunità economiche all’interno del territorio.
E questo è uno degli elementi che, secondo me, hanno contribuito alla costruzione dell’attuale sistema economico altoatesino.
Ha avuto un ruolo importante anche la formazione.
Nelle scuole altoatesine di lingua tedesca l’insegnamento della lingua, della cultura e della storia del territorio ha contribuito a formare generazioni di persone consapevoli della propria appartenenza e della propria specificità.
Questo ha inevitabilmente prodotto anche un forte senso di responsabilità nei confronti del territorio e una maggiore propensione a orientare le proprie scelte verso la sua conservazione e valorizzazione.
C’è poi un altro aspetto che, a mio avviso, distingue la mentalità sarda da quella altoatesina e che riguarda il rapporto con temi come l’immigrazione.
Basti pensare alla SVP, lo storico partito indipendentista altoatesino, che anche recentemente ha assunto posizioni molto nette sul tema, arrivando a dichiarare che gli immigrati non sarebbero i benvenuti in Alto Adige. La sua storia politica, tuttavia, non si lascia facilmente ricondurre alle categorie ideologiche italiane: è un partito indipendentista, popolare e fortemente identitario, nel quale la difesa della propria comunità e della propria specificità territoriale ha sempre avuto un peso centrale. Per gran parte della sua storia è stato collocato nell’area centrista e cristiano-democratica, con una forte attenzione alla tutela degli interessi della comunità altoatesina.
Il punto, però, è un altro: in Alto Adige l’appartenenza politica sembra spesso essere subordinata a una priorità più profonda, quella identitaria e nazionalitaria. La tutela della propria comunità, della propria identità e dei propri confini culturali è una prerogativa che non viene facilmente sacrificata sull’altare dell’ideologia politica del momento.
Il linguaggio utilizzato su questi temi è spesso molto netto e certamente non corrisponde alla narrazione progressista e inclusiva che, secondo gli schemi italici, ci si aspetterebbe da determinate aree politiche.
Eppure questo non sembra generare lo stesso tipo di indignazione che vediamo altrove. Nessuno, o quasi, mette in discussione l’identità politica della SVP sulla base delle sue posizioni in materia di immigrazione. Nessuno si affretta a definirli dei fascisti. L’accusa di razzismo, semmai, è arrivata storicamente soprattutto in relazione al rapporto con la componente italiana dell’Alto Adige.
In Sardegna, invece, il discorso sull’immigrazione sembra essere una sorta di tabù. Si può discutere di quasi tutto, ma appena si solleva questo tema, chi lo fa rischia immediatamente di essere incasellato: di destra, fascista, razzista. La discussione viene spesso chiusa prima ancora di cominciare.
Come se il semplice fatto di interrogarsi sull’immigrazione implicasse necessariamente una determinata appartenenza politica o, peggio ancora, una determinata ideologia.
Non sto dicendo che le posizioni della SVP siano necessariamente condivisibili, né che sia giusto adottare determinati toni o determinate politiche. Ma è evidente che sarebbe meno ipocrita , se prima dell’etichetta , venisse data la possibilità di discutere liberamente di un problema tutt’altro che marginale.
Perché un conto è contestare un’idea, un altro è delegittimare automaticamente chi la esprime.
E il tabù su certi argomenti, alla fine, è una forma di ipocrisia. Se davvero vogliamo una società libera e capace di discutere, dobbiamo accettare che esistano anche opinioni e argomenti che non ci piacciono, senza trasformare ogni dissenso in un’etichetta.
L’Alto Adige, quindi, non è certamente il paradiso. E sono assolutamente d’accordo sul fatto che sia una realtà nella quale può essere difficile integrarsi, soprattutto per chi arriva dall’esterno.
Ma proprio per questo credo sia riduttivo spiegare il suo successo soltanto attraverso l’autonomia, il welfare, la posizione geografica o la capacità amministrativa.
C’è poi un altro aspetto che, secondo me, viene troppo spesso trascurato quando si cerca di spiegare il successo dell’Alto Adige: le differenze culturali.
Non si tratta soltanto di istituzioni efficienti, autonomia fiscale o capacità di spesa. Esiste una cultura della collaborazione che parte spesso dal nucleo familiare.
Basti pensare alle famiglie che gestiscono attività alberghiere. Non è raro trovare patrimoni e disponibilità economiche gestiti in modo fortemente unitario, con conti e risorse che convergono all’interno della famiglia e vengono utilizzati nell’interesse dell’attività e del nucleo familiare nel suo complesso. È una modalità che restituisce concretamente l’idea di una famiglia come unità economica e produttiva, nella quale la collaborazione e la condivisione delle risorse vengono considerate normali.
Sono dinamiche culturali che, se non le si conosce dall’interno, rischiano di essere completamente invisibili nei numeri.
E per capire quanto possa essere diversa la mentalità rispetto alla Sardegna, basta osservare il rapporto con il lavoro.
In Alto Adige è perfettamente normale che una persona, anche se lavora nel settore pubblico, prenda dei giorni di ferie per andare a lavorare durante la raccolta delle mele. E non lo fa necessariamente perché si trova in una situazione di bisogno: lo fa perché in quel periodo può guadagnare molto bene e considera normale approfittare di un’opportunità di lavoro aggiuntiva.
Lo stesso vale, più in generale, per la possibilità di utilizzare periodi di ferie per svolgere altre attività lavorative.
Questa è una differenza culturale enorme.
La cultura del lavoro in Alto Adige è talmente radicata da poter assumere, in alcuni contesti, persino caratteristiche quasi tossiche. Il lavoro non è soltanto una necessità economica: è una componente fondamentale dell’identità personale e sociale.
Naturalmente esiste anche chi non ha voglia di lavorare, chi cerca di approfittare del sistema o chi preferisce vivere di sussidi. Non avrebbe senso negarlo. Ma non rappresenta la tendenza generale e, soprattutto, non gode di una particolare considerazione sociale.
Ed è proprio per questo che, quando si parla di welfare e assistenzialismo in Alto Adige, bisogna fare molta attenzione a non trasferire automaticamente categorie nate in contesti completamente diversi.
A proposito del welfare, funziona anche perché si inserisce dentro una società nella quale esiste una forte aspettativa sociale nei confronti del lavoro.
Chi percepisce un’indennità di disoccupazione, per esempio, viene normalmente sottoposto a verifiche e contatti per accertare che la ricerca di un’occupazione sia effettivamente attiva. L’idea che una persona possa semplicemente dichiararsi disoccupata e poi vivere indefinitamente del sostegno pubblico senza dimostrare di cercare lavoro non è culturalmente accettata.
Esistono naturalmente situazioni particolari. È il caso, soprattutto, dei lavoratori stagionali, che rappresentano una componente importante dell’economia altoatesina.
Molti lavorano indicativamente da aprile a ottobre, soprattutto nei settori legati all’agricoltura, al turismo e alle fabbriche. In altre zone, come la Val Gardena e la Val Badia, prevale invece una forte stagionalità legata al periodo invernale.
Per queste categorie la percezione sociale è diversa, perché è evidente che si tratta di persone che lavorano secondo la struttura stagionale dell’economia locale.
Per chi invece, pur essendo nelle condizioni di lavorare, sceglie semplicemente di non farlo e di vivere di sostegni pubblici, il giudizio sociale tende a essere molto più severo.
L’idea di prendere soldi senza lavorare, senza cercare un’occupazione e senza contribuire in qualche modo alla comunità viene generalmente guardata con sospetto. In certi ambienti può persino diventare motivo di scherno.
Ed è proprio questo il punto che rischia di perdersi quando si guarda soltanto ai dati relativi al welfare.
Non basta sapere quanto denaro pubblico viene redistribuito. Bisogna capire anche dentro quale cultura viene redistribuito.
Lo stesso strumento può produrre risultati molto diversi a seconda della società nella quale viene applicato.
In una comunità dove esiste una forte cultura del lavoro, un forte senso di appartenenza, una rete familiare solida e una pressione sociale verso l’autonomia economica, il welfare può funzionare come uno strumento di protezione e di stabilizzazione.
In una società nella quale invece il rapporto con il lavoro è più fragile e il sostegno pubblico viene percepito prevalentemente come una rendita, lo stesso meccanismo rischia maggiormente di trasformarsi in assistenzialismo.
Per questo trovo riduttivo utilizzare l’Alto Adige semplicemente come dimostrazione del fatto che “più welfare significa più benessere”.
Il punto è molto più complesso: il welfare altoatesino si inserisce dentro un sistema culturale, familiare, economico e sociale che contribuisce a determinarne gli effetti.
Ed è proprio questo che rende difficile, se non impossibile, prendere il modello altoatesino e trasferirlo semplicemente in Sardegna come se bastasse replicare alcune misure amministrative.
Prima ancora delle politiche pubbliche, esiste una struttura sociale che quelle politiche sostiene, condiziona e, in parte, rende possibile.
Anche la struttura fiscale, le agevolazioni, la possibilità per determinate categorie di mantenere la propria attività e il proprio patrimonio all’interno del territorio hanno avuto un peso.
Basti pensare al sistema dei masi: mettere una famiglia nelle condizioni di poter mantenere la propria attività e il proprio patrimonio senza essere schiacciata da una pressione fiscale insostenibile significa creare un incentivo concreto a rimanere, investire e trasmettere quell’attività alle generazioni successive.
Se una regione riesce a creare condizioni nelle quali chi vuole rimanere non è costretto ad abbandonare il proprio territorio per ragioni economiche o fiscali, è evidente che questo contribuisce alla stabilità demografica.
A questo si aggiungono dinamiche economiche informali, tra cui anche l’evasione fiscale, che non possono essere semplicemente ignorate quando si cerca di comprendere la reale circolazione della ricchezza.
Per questo motivo l’economia altoatesina non può essere semplicemente messa a confronto con quella di una qualsiasi altra regione italiana utilizzando soltanto indicatori macroeconomici.
La gestione mirata delle risorse e delle opportunità a vantaggio del territorio è sicuramente uno degli ingredienti principali del suo successo.
Questo non significa sostenere che gli altoatesini siano tutti virtuosi. Sarebbe una follia.
Significa riconoscere che esiste un forte senso di appartenenza e, soprattutto, una certa capacità di collaborazione interna.
Se c’è un’attività commerciale e accanto ce n’è un’altra, non necessariamente si cerca di eliminare il concorrente. Esiste spesso una logica di collaborazione, di acquisto locale, di sostegno reciproco e di valorizzazione del prodotto regionale.
Sono tutti elementi che contribuiscono a creare un’economia più resiliente e un tessuto sociale più coeso.
Ecco perché penso che, quando si analizza l’Alto Adige, dati, libri e numeri siano indispensabili, ma non sufficienti.
Possono raccontarci quanto produce quel territorio, quanto guadagna, quanto spende e quali risultati ottiene.
Ma difficilmente possono raccontarci fino in fondo come funziona una società, quali relazioni la tengono insieme, quali comportamenti economici sono radicati nel tessuto sociale e quale senso di appartenenza porta le persone a investire, lavorare e costruire il proprio futuro nello stesso territorio.
Ed è proprio questa parte della realtà che si perde quando l’Alto Adige viene trasformato semplicemente in una serie di dati da confrontare con quelli della Sardegna.



Un commento
Seb Falchi
Complimenti per l’articolo. Analisi chiara ed esaustiva.