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La logica del capro espiatorio: perché continuano a dirci che “è colpa dei sardi”

Immaginate la scena.

È una notte di mezza estate, soffia forte lo scirocco e il termometro segna oltre trenta gradi anche al buio. Il piromane di turno s’infila furtivo nella macchia mediterranea. Ha in tasca un accendino e la certezza di provocare un disastro. Sceglie il punto che ritiene perfetto, appicca il fuoco, si gira per godersi lo spettacolo e pregusta già i titoli dei giornali dell’indomani.

E invece non succede niente.

Le fiamme balzano su un cespuglio, ma la fascia tagliafuoco vicina è stata pulita a dovere in primavera. Il sottobosco è curato, gli alberi sono opportunamente diradati, le radure tenute vive dal pascolo attivo interrompono la continuità del secco. Il fuoco vegeta per qualche metro, poi soffoca e muore da solo. Come se non bastasse, prima ancora che il rogo possa prendere vigore, dalla torretta di avvistamento all’orizzonte parte la segnalazione immediata e la squadra di zona interviene in dieci minuti.

Risultato? Pochi metri quadri sfregiati anziché migliaia di ettari. Zero aziende distrutte. Zero animali morti. E un criminale individuato prima che riesca a tornare alla macchina.

Sembra una storia di fantasia, quasi una favola utopica. E sapete perché fa un certo effetto? Perché in Sardegna siamo stati educati a credere che l’unica variabile di un incendio sia “la cattiveria del piromane”.

Ogni estate scatta lo stesso identico copione: la terra brucia, la gente disperata conta i danni e sui social si scatena la consueta caccia alle streghe. “Maledetti piromani”, “Pena di morte”, “Sardi indegni”. E mentre ci sfoghiamo dal divano contro il mostro invisibile nella notte, ci dimentichiamo di farci la vera domanda: perché gli stiamo lasciando la strada spianata?

Il piromane o la scintilla occasionale ci saranno sempre. Ciò che trasforma una fiammella in un’ecatombe non è l’atto del singolo, ma l’assenza strutturale di prevenzione, la mala gestione del personale addetto e dei mezzi, la mancata pulizia dei terreni pubblici e privati e l’abbandono delle campagne. Eppure, la narrazione dominante ci spinge a focalizzarci solo sull’ultimo anello della catena, generando una sassaiola mediatica che ha un unico e preciso risultato: far passare il popolo sardo per un’accozzaglia di “irresponsabili e autolesionisti”.

La terra svenduta: quando manca la prevenzione legale

Ma l’incendio è solo la punta dell’iceberg. Per capire quanto sia pervasivo questo meccanismo, basta spostarsi su un altro discusso argomento e guardare cosa succede con la vendita dei terreni. Il legame è diretto: perché quel campo era secco, pieno di rovi e vulnerabile al fuoco? Perché era stato abbandonato. E perché è stato abbandonato? Per la cronica mancanza di un’economia locale sostenibile.

Guardiamo da vicino un secondo esempio concreto.

Un piccolo proprietario dell’interno eredita qualche ettaro di pascolo o di collina. Intorno a lui c’è il vuoto: i servizi essenziali chiudono, la pastorizia e l’agricoltura sono strangolate da politiche economiche miopi, i giovani emigrano e mantenere quella proprietà tra tasse e pulizia costa più di quanto renda. Un bel giorno si presenta la multinazionale dell’energia o la società immobiliare di turno con una valigia di soldi per installare una distesa di pannelli, pale eoliche o un villaggio turistico.

Il proprietario, stretto tra la necessità e l’assenza di prospettive, vende.

In un secondo scatta il tribunale dei social: “Traditore della patria”, “Svegliati, sardo venduto”. Spesso si cita persino a sproposito l’esempio eroico di Ovidio Marras — l’uomo che si oppose ai colossi dell’edilizia a Tuerredda — per costruire, per contrapposizione, il perfetto falso colpevole: il sardo che si vende la terra per cupidigia.

Qui si nasconde l’inganno più grave. Chi vende per necessità o mancanza di alternative esiste ed esisterà sempre. Ma la domanda fondamentale non è perché il singolo ceda al ricatto economico, ma perché manca totalmente una politica economica e una prevenzione normativa sull’utilizzo dei terreni a favore dei sardi e del territorio.

In Sardegna un Piano Paesaggistico ce l’abbiamo, ma la politica ha creato una situazione perversa. Da un lato lo Stato sforna strumenti d’eccezione e deroghe — come le ZES (Zone Economiche Speciali) — pensate appositamente per bypassare i vincoli regionali; dall’altro, la Regione si dimostra incapace di elaborare una pianificazione moderna, capace di indirizzare uno sviluppo sostenibile e al contempo proteggere la nostra terra.

Il risultato è un regime di divieto rigido che grava interamente sulle spalle dei sardi — costretti a sacrifici, a vedere i propri terreni svalutati e a non poter muovere una pietra — ma che diventa del tutto permeabile per i grandi speculatori, i quali, con la sponda e la complicità di chi governa, trovano la breccia per aggirarlo. La deturpazione avviene perché le istituzioni hanno scelto di non proteggerci, come abbiamo visto recentemente nel caso di Lu Fenosu – Cala Finanza.

L’inganno democratico e il doppio cappio istituzionale

Arriviamo così al terzo e più sottile dei tre inganni, quello che chiude il cerchio e sigilla la gabbia: la frase con cui viene liquidata qualsiasi protesta contro le decisioni della politica.

“Di cosa vi lamentate? Li avete votati voi.”

È una sentenza pronunciata con sufficienza da chi osserva la Sardegna dall’esterno o da chi, all’interno, vuole stroncare sul nascere ogni pretesa di cambiamento, dando per scontato che si viva in una normale e compiuta democrazia. Ma basta guardare i meccanismi con cui sono state scritte le regole del gioco per capire che non c’è nulla di democratico.

Siamo stretti in un doppio cappio:

  • La trappola elettorale locale: In Sardegna vige una legge elettorale (la Legge Statutaria n. 1/2013) con sbarramenti rigidissimi — fino al 10% per le coalizioni e al 5% per le liste singole — ideata apposta per impedire la nascita di forze territoriali autonome. Per i movimenti sardi la scelta è un ricatto: o ci si sottomette e ci si diluisce all’interno dei grandi cartelli dei partiti italiani (centrodestra o centrosinistra), oppure si viene matematicamente azzerati ed esclusi dal Consiglio Regionale.
  • L’ostruzionismo dello Stato italiano e il vuoto a Roma: A questo si aggiunge la tenaglia di uno Stato centralista che lavora sistematicamente per scardinare le prerogative autonomistiche della Sardegna sul governo della terra e del paesaggio, pur di tutelare gli accordi e le intese stipulate con le grandi lobby industriali, energetiche e immobiliari. Nel frattempo, la rappresentanza sarda nel Parlamento italiano è crollata a soli 12 deputati e 5 senatori, mentre in Europa — a causa dell’assurdo accorpamento della Sardegna alla Sicilia nella Circoscrizione Isole — nessun candidato sardo è stato eletto a Strasburgo nelle ultime legislature.

Dire a un popolo che “ha la classe politica che si merita” all’interno di un sistema istituzionale ed elettorale progettato per azzerare la sovranità decisionale della popolazione autoctona, non è un’analisi politica: è avallare una truffa antidemocratica.

Dietro le quinte dell’illusione: perché ci fanno sentire colpevoli?

Arrivati a questo punto, una domanda sorge spontanea: perché questa narrazione dell’autolesionismo sardo è così forte, così diffusa e così difficile da sradicare?

La risposta è che si tratta di un’operazione ideologica precisa, con fondamenti sociologici storicamente documentati, di cui molti di noi sono già ampiamente a conoscenza.

Nel 1971, lo psicologo e sociologo americano William Ryan definì come Blaming the Victim (“Colpevolizzare la vittima”) il meccanismo con cui le élite e i detentori del potere gestiscono i propri fallimenti: di fronte a un problema strutturale, la responsabilità viene spostata dalle falle del sistema alle presunte carenze morali o culturali delle persone che subiscono quel danno. La vittima diventa il colpevole perfetto.

Nel contesto sardo, questo produce la tragica dinamica descritta da Frantz Fanon ne I dannati della terra: il popolo subalterno interiorizza lo stigma, si convince di essere “incapace” o “irresponsabile” e depotenzia la propria forza collettiva in una distruttiva guerra tra poveri. La rabbia sociale, anziché indirizzarsi contro i centri di potere, esplode nelle sassaiole digitali tra cittadini.

È il meccanismo svelato da Antonio Gramsci nei suoi scritti sulla Questione meridionale, dove dimostrò come la favola dei difetti caratteriali delle popolazioni periferiche servisse solo a mascherare l’estrazione di risorse e la subordinazione economica; lo stesso processo analizzato da Giuseppe Fiori ne La società del malessere, dove l’assenza di sovranità sulle scelte economiche genera nei sardi un senso di impotenza cronica, perfetto per congelare lo status quo.

Farci credere che “è tutta colpa nostra” serve unicamente a farci sentire incapaci, garantendo l’impunità ai veri responsabili, ovvero chi gestisce in modo lecito ma immorale la cosa pubblica.

Dalla colpa alla progettazione difensiva

Per spezzare questa catena serve un cambio di prospettiva, prendendo in prestito un principio fondamentale di ogni seria ingegneria di sistema: la Legge di Murphy.

“Se qualcosa può andare male, lo farà.”

La Legge di Murphy non è un inno alla resa, ma la pietra angolare della prevenzione. In questo preciso discorso, significa che chi amministra una comunità ha il dovere di progettare difese partendo dal presupposto che gli eventi avversi — il caldo estremo, l’imprudenza, la speculazione, la delinquenza — prima o poi si verificheranno.

Se un incendio devasta un territorio, la responsabilità non è della fiammella, ma di chi ha cancellato la prevenzione e il presidio umano. Se uno speculatore espropria di fatto il patrimonio dell’isola, la responsabilità non è del privato stretto dalla necessità, ma della malafede di una classe politica che, invece di tutelare la propria comunità, deregolamenta, incrocia le braccia e dà il territorio in pasto ai pescecani in cambio di rendite di posizione.

La responsabilità del bene comune sta sempre in alto, mai in basso.

Una bussola per le nostre discussioni quotidiane

Non possiamo più permetterci di cadere nella trappola del “i sardi sono fatti così, ma io dimostro di essere intelligente prendendomela con il mio stesso popolo”. È un gioco sterile che avvantaggia solo chi trae profitto dalla nostra frammentazione.

La prossima volta che vi capiterà di leggere o sentire le solite frasi fatte — “Siamo un popolo di pecore”, “I piromani sono sardi”, “Li avete votati voi” — non lasciate correre e non vi rassegnate.

Rispondete punto su punto, usando questi argomenti come un’arma di difesa legittima:

  1. Ricordate che un incendio si ferma con la prevenzione e il presidio del territorio, non con gli insulti dal divano.
  2. Dimostrate che la terra si svende solo dove la politica ha smantellato la prevenzione legale e l’autonomia economica, spalancando le porte alle speculazioni.
  3. Evidenziate come il sistema elettorale e l’ostruzionismo statale siano concepiti proprio per spezzare la volontà dei sardi e privarci delle nostre prerogative sul territorio.
  4. Respingete la malafede di una classe dirigente che scarica sui cittadini la propria complicità con gli affaristi.

È ora di rivedere il nostro tracciato di credenze. Smettiamo di fare il lavoro sporco per chi ci governa male: smettiamo di farci la guerra tra noi e iniziamo, finalmente, a pretendere conto e ragione a chi ha davvero il potere e il dovere di decidere in rappresentanza di un popolo che vuole prosperare e non di colonizzatori e affaristi esterni.

Questo sì, che dipende da noi.

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