Ancora saccheggio energetico a Saccargia: il grande inganno del progetto Bess Lazzari 4
Come si trasforma la piana dei monumenti in un distretto industriale di accumulatori. Zero profitti per i sardi, devastazione idrogeologica permanente e la minaccia silenziosa dei giganti di cemento e bentonite.
La transizione ecologica imposta dall’alto ha un volto preciso, ed è un volto che non parla sardo. Ha le sembianze di sigle societarie registrate in palazzi distanti mille chilometri dalle nostre coste, di progetti firmati in studi ingegneristici del Nord Italia e di un flusso costante di energia che si prepara a viaggiare sotto il livello del mare, lasciando dietro di sé soltanto servitù, espropri e ferite insanabili nel tessuto idrogeologico del nostro territorio.
Il caso dell’impianto di accumulo denominato Lazzari 04 Bess è l’esempio calzante di questo meccanismo di estrazione coloniale. Esaminando gli atti ufficiali del procedimento – a partire dalla Sintesi tecnica dell’intervento e dall’ Avviso di pubblicazione ministeriale legato alla procedura numero Bess-2024-09-0000106 entrambi emessi a Maggio 2026 – emerge un disegno chiaro: trasformare l’agro compreso tra Codrongianos e Ploaghe, a due passi dalla piana di Saccargia, in un enorme imbuto di raccolta energetica. Un’operazione mastodontica da 102,8 MW di potenza che serve a un unico scopo: accentrare l’energia prodotta dall’invasione selvaggia delle fonti rinnovabili per spedirla oltre Tirreno attraverso i cavi sottomarini.
Ai sardi non rimarrà nulla. Non un posto di lavoro stabile, non un centesimo di risparmio in bolletta, non una reale sovranità sulle proprie risorse. Solo la certezza della devastazione.
La filiera del profitto extra-territoriale: chi guadagna e chi perde
Per capire a chi giova veramente questa colata di tecnologia e speculazione, basta scorrere i frontespizi degli elaborati tecnici. Non serve un occhio clinico, basta leggere i dati societari riportati nel documento Piano particellare opere di connessione_Elettrodotto + SE, inserito nell’Allegato 3 del registro ufficiale in entrata numero 0102334 del Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica, e nel rispettivo Allegato 2 intitolato Piano particellare opere di connessione_Cavidotto Opera 3:
- Il proponente dell’opera è la società Titus 1 S.r.l., con sede legale a Palmanova, in provincia di Udine, precisamente in via Lion 2A.
- Lo sviluppatore dell’impianto è la Fvg Renewables, che condivide esattamente lo stesso indirizzo di via Lion 2A a Palmanova.
- La progettazione definitiva è stata affidata alla Moro.Energy S.r.l., uno studio con sede a Padova, in viale dell’Industria.
- La progettazione della stazione elettrica vede inoltre il coinvolgimento diretto di Enel Green Power S.r.l..
Questa è la catena del valore dell’industria verde. Tutte le competenze strategiche, la direzione dei lavori, le forniture tecnologiche ad alto valore aggiunto e, soprattutto, i futuri profitti miliardari derivanti dal mercato dei servizi di rete rimangono saldamente ancorati nel Nord Italia o nelle casse dei colossi energetici romani.
E sul posto? Durante la fase di cantiere, le ricadute economiche locali saranno ridotte alle briciole. Una volta completato, l’impianto sarà interamente automatizzato e gestito da remoto. Nessun operaio sardo sorveglierà quelle batterie. L’unica presenza permanente sarà quella dei vincoli legali, delle recinzioni e dell’inquinamento ambientale.
Il parco batterie: un pericolo chimico nel cuore dell’isola
Dietro il paravento tecnico dell’accumulo stand-alone si nasconde un immenso parco di container stracolmi di celle industriali, capace di sviluppare una potenza di 102,8 MW. Vendere al pubblico queste installazioni come ecologiche è una falsificazione della realtà, poiché un impianto di queste dimensioni comporta rischi ambientali e di sicurezza industriale di primo livello.
In caso di guasto o surriscaldamento delle celle, i sistemi di accumulo possono subire fenomeni di instabilità chimica difficili da domare con i normali sistemi di spegnimento. Non è un caso che il documento ministeriale denominato Sintesi tecnica dell’intervento specifichi che la stazione contiene attività classificate come severe e soggette al controllo di prevenzione incendi ai sensi del D.P.R. 151/2011. In particolare, si fa riferimento all’attività numero 48 per la presenza di enormi volumi di liquidi isolanti combustibili superiori a un metro cubo nei quattro autotrasformatori previsti, e all’attività numero 49 per i gruppi elettrogeni di emergenza di potenza pari o superiore a 25 kW.
A tutto questo si aggiunge l’impatto visivo e strutturale descritto nel medesimo progetto: una recinzione cieca in cemento armato alta 2,5 metri perimetrerà l’intera area, spezzando la continuità del paesaggio agrario, mentre torri faro alte fino a 35 metri illumineranno a giorno le notti della piana.
La piaga invisibile dei cavidotti: l’attentato al reticolo idrogeologico
Se il parco batterie rappresenta l’epicentro visivo del progetto, le cosiddette opere di connessione costituiscono la rete di tentacoli che sventrerà il sottosuolo dei comuni di Ploaghe e Codrongianos. L’attenzione pubblica si concentra spesso sulle grandi pale eoliche o sulle distese di specchi fotovoltaici, ignorando che il vero danno strutturale alle campagne viene inferto sotto i nostri piedi, tramite lo scavo dei cavidotti ad alta tensione.
La Sintesi tecnica dell’intervento descrive nei dettagli l’Opera 3, ovvero i due nuovi collegamenti a 150 kV in cavo interrato che collegheranno la nuova stazione elettrica denominata Codrongianos 36 (che sorgerà in località P.gio Alzola de Monte a Ploaghe) con la vecchia stazione di trasmissione nazionale esistente a Codrongianos. Parliamo di un tracciato lungo circa 3.700 metri per ciascun raccordo. Un’analisi delle modalità di posa svela l’entità del disastro ecologico che minaccia il nostro reticolo idrogeologico.
I cavi non vengono semplicemente adagiati nella terra. La posa prevede lo scavo di una trincea profonda almeno 1,5 metri, all’interno della quale vengono inseriti quattro tubi in polietilene ad alta densità dal diametro di 225-250 mm, i quali vengono poi interamente inglobati in un manufatto di cemento magro.
Cosa significa questo dal punto di vista idrogeologico? Chilometri di scavi lineari riempiti di cemento creano una vera e propria diga sotterranea artificiale. La zona interessata è caratterizzata da un reticolo idrogeologico superficiale e profondo pluri-documentato: vene d’acqua, canali di drenaggio naturale e falde freatiche che alimentano i terreni agricoli e i pascoli della zona. Intersecare questo reticolo con un blocco continuo di cemento significa interrompere il naturale deflusso delle acque sotterranee, causando ristagni idrici a monte e il progressivo disseccamento dei terreni a valle, con l’alterazione irreversibile della produttività dei suoli seminativi che i piani particellari classificano con tanta freddezza.
Inoltre, per dissipare il calore generato dal passaggio dell’alta tensione, che raggiunge una portata in servizio nominale di 1.000 A, i tubi di plastica vengono riempiti di una miscela a base di bentonite. Nelle tratte dove si renderà necessaria la trivellazione orizzontale controllata o lo spingitubo per superare le interferenze con strade e canali, il rischio di fuoriuscita di fanghi bentonitici nelle falde acquifere superficiali è altissimo. Un simile cantiere aprirà una cicatrice lineare di quasi quattro chilometri che consumerà suolo, devierà i flussi idrici sotterranei e lascerà il terreno agricolo soprastante permanentemente compromesso.
L’anatomia dell’infrastruttura di connessione
I documenti tecnici permettono di mappare i tre interventi principali che compongono l’ossatura del progetto e che modificheranno l’assetto dei luoghi:
Il primo pilastro è l’intervento designato come Opera 1, che prevede la realizzazione della nuova stazione elettrica di trasmissione denominata Codrongianos 36 nel territorio comunale di Ploaghe, precisamente in prossimità della località P.gio Alzola de Monte. L’infrastruttura occuperà un’area di circa 34.300 metri quadrati e ospiterà quattro autotrasformatori tri-monofase da 250 MVA, un sistema a doppia sbarra con isolamento in aria a 150 kV e sezioni a 36 kV isolate in esafluoruro di zolfo, oltre a edifici di comando e magazzini.
Il secondo pilastro è l’Opera 2, che consiste nei raccordi aerei a 150 kV in semplice terna necessari per l’inserimento entra-esce sulle linee esistenti denominate Codrongianos-Tula e Chilivani-Codrongianos. Questi elettrodotti aerei si svilupperanno interamente nell’agro di Ploaghe, con una lunghezza di circa 1.650 metri verso la linea di Tula e di circa 2.650 metri verso la linea di Chilivani, impiegando sostegni d’acciaio con altezze fuori terra che possono raggiungere i 50 metri.
Il terzo pilastro è la già citata Opera 3, ovvero il doppio collegamento in cavo interrato da 150 kV destinato a unire la nuova stazione satellitare con il sedime della stazione elettrica esistente di Codrongianos, interessando il territorio di entrambi i comuni per una lunghezza totale di circa 3.700 metri per ciascuna terna di cavi in polietilene reticolato.
L’orologio dell’esproprio corre: l’appello al territorio
Tutto questo non è un’ipotesi futuribile, ma un procedimento amministrativo in piena accelerazione. L’atto formale emanato dalla Direzione generale fonti energetiche e titoli abilitativi del Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica, firmato dalla dirigente dott.ssa Elisabetta D’Agostino, attesta che la Titus 1 S.r.l. ha richiesto la dichiarazione di pubblica utilità e l’apposizione del vincolo preordinato all’esproprio o all’imposizione di servitù coattiva sui terreni privati. I documenti di esproprio, registrati formalmente come Allegato 3 e Allegato 2 al protocollo ministeriale numero 0102334, elencano decine di fogli di mappa e mappali intestati a cittadini, aziende agricole locali e soggetti demaniali nel comune di Ploaghe e nel comune di Codrongianos, pronti a essere vincolati in base alle tabelle del valore agricolo medio.
Le carte ufficiali mostrano però una giungla di scadenze asincrone che rischia di mandare in cortocircuito la difesa del territorio. Se da un lato la pubblicazione dell’avviso numero 875 nel Comune di Ploaghe è partita il 1° giugno 2026 (facendo correre i 30 giorni di tempo fino al 1° luglio per l’area ploaghese), a Codrongianos il conto alla rovescia è iniziato molto prima. Come attesta l’atto numero 267 del Comune di Codrongianos, lì la pubblicazione è partita il 19 maggio e scadrà irrimediabilmente il 18 giugno 2026.
Un dovere informativo che finora è rimasto sepolto nei meandri digitali. Sui canali social ufficiali dell’ente di Codrongianos non c’è traccia di questa bomba amministrativa: il Comune ha preferito usare la sua pagina Facebook il 26 maggio per pubblicare mappe colorate, piani di viabilità straordinaria e dettagli logistici per i concerti di Saccargia con Fedez. Massima trasparenza ed efficacia per i parcheggi dei grandi eventi, silenzio assoluto sui faldoni ministeriali che ipotecano il futuro della stessa piana.
I cittadini vengono informati sulla viabilità di uno spettacolo, ma non vengono allertati con la stessa enfasi quando si sta scippando loro la terra sotto i piedi. Perché se è vero che i documenti restano depositati per l’intero mese sulle bacheche degli Albi pretori digitali — fino al 18 giugno per Codrongianos e fino al 1° luglio per Ploaghe — è altrettanto vero che la trasparenza non può ridursi a un freddo adempimento burocratico. Chi va a spulciare spontaneamente i faldoni comunali senza un avviso preventivo? Mentre il timer perentorio dei 30 giorni corre inesorabile nei due comuni, l’amministrazione si limita a un silenzioso deposito digitale, costringendo le comunità a difendersi al buio, a meno di non imbattersi per puro caso in un link istituzionale.
Da queste colonne di Logu rivolgiamo un appello fermo alle amministrazioni comunali di Ploaghe e Codrongianos.
Le istituzioni locali hanno il dovere politico e morale di ergersi a scudo del proprio territorio, estraendo immediatamente i nominativi dei proprietari coinvolti per avvisarli singolarmente prima che sia tardi. Il tempo delle discussioni astratte è finito. Se la piana di Saccargia e le colline circostanti verranno trasformate in una distesa di accumulatori chimici e trincee di cemento, non si tratterà più di una generica colpa politica, ma di una precisa responsabilità legale in capo a quei funzionari e dirigenti pubblici che stanno apponendo la propria firma su questi atti.
Chi convalida procedure che calpestano il principio europeo DNSH (Do No Significant Harm), l’obbligo vincolante dell’Unione Europea di non arrecare alcun danno significativo agli ecosistemi, alla biodiversità e alla tutela delle risorse idriche, si assume il rischio di rispondere direttamente di fronte alla giustizia amministrativa, penale e contabile. I funzionari dei ministeri e degli enti locali non sono scudi umani dietro cui le multinazionali possono nascondersi: sono soggetti obbligati al rispetto del Codice dell’ambiente e delle direttive comunitarie sulla valutazione d’impatto ambientale.
Ogni firma apposta su autorizzazioni che ignorano il documentato reticolo idrogeologico e i pericoli chimici del parco batterie rappresenta un atto tracciabile, contestabile e denunciabile da parte delle comunità espropriate e danneggiate. L’era dell’irresponsabilità burocratica e dell’impunità dietro la scrivania è finita: chi firma questo disastro sappia che dovrà risponderne, carta canta, davanti ai cittadini e nei tribunali.


