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​Ploaghe e Coros: tra compensazioni per l’eolico e tutela del territorio

​L’amministrazione di Ploaghe si schiera senza tentennamenti a favore del repowering eolico industriale di ERG, (link all’articolo de La Nuova Sardegna) barattando la trasformazione definitiva di un’area rurale di inestimabile valore storico e identitario con un assegno annuale che sale da 50.000 a 400.000 euro. (link al documento)

​È il classico, triste copione imposto ai piccoli Comuni sardi: abbandonati dallo Stato italiano, impoveriti dallo spopolamento e lasciati soli a gestire situazioni impossibili senza alcun supporto tecnico e legale, finiscono per svendere il proprio territorio.

Da parte degli amministratori, accettare le compensazioni non è una scelta lungimirante o “responsabile”: è la resa comoda di chi, stretto nella morsa dell’inevitabile, preferisce l’uovo oggi alla gallina domani. Di chi si allinea ai dettami e ai favori del partito di appartenenza o delle schiere di potere più alte, rinunciando così al proprio ruolo di custode dei beni comuni.

Quando il palazzo si difende dai cittadini

​L’amministrazione comunale di Ploaghe non fa eccezione: mentre spalanca le porte agli speculatori in cambio dei fondi per il decoro urbano, il Consiglio mostra la sua gratitudine alla società premurandosi di limitare le possibilità di chi volesse esercitare il diritto di partecipazione democratica. Con la recente revisione dello Statuto (deliberazione del Consiglio comunale n. 39 del 23 ottobre 2026), l’amministrazione alza barriere burocratiche e fissa paletti procedurali che disincentivano il dissenso e limitano gli strumenti di controllo popolare.​

Quando un’amministrazione sceglie di irrigidire le regole sulla partecipazione proprio nel momento in cui dall’alto vengono calate decisioni sulla pelle del territorio, il messaggio che passa è chiaro: la sovranità popolare vale finché non disturba gli interessi dei giganti dell’energia e il guadagno dei politici.

Danni irreversibili: la distruzione mascherata da “ammodernamento”

​Come punto a favore della ERG, viene spesso citata la riduzione del numero di pale – da 51 a 27 – omettendo però il dettaglio cruciale: i nuovi aerogeneratori saranno colossi alti tre volte tanto, capaci di portare la potenza complessiva a oltre 121 MW.

Non parliamo di un impatto marginale, ma di una ferita paesaggistica monumentale che devasterà il contesto visivo e storico tra Ploaghe, Codrongianos e la Valle di Saccargia.

Questo progetto, in origine bocciato dalle valutazioni d’impatto ambientale e stoppato dai pareri contrari delle Soprintendenze, del Ministero della Cultura e persino da una sentenza del Consiglio di Stato, è stato sbloccato di forza con un Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri (DPCM). Un vero e proprio colpo di spugna politico che ha scavalcato la legge e le tutele istituzionali per imporre un’opera nociva per il territorio in nome della necessità nazionale.

​Il caso ERG non è solo un sopruso locale: è il precedente che fa giurisprudenza, la chiave che apre le porte e spiana la strada a tutti gli altri progetti analoghi nel Coros e in tutta l’isola, azzerando le difese territoriali. Un’operazione spinta non dal progresso tecnologico, ma da interessi finanziari colossali legati alle grandi filiere energetiche e industriali italiane, di fronte ai quali la salvaguardia del patrimonio comune sardo viene ridotta a merce di scambio.

Il fulcro della speculazione: la svendita del Coros intorno al nodo di Codrongianos

​Ploaghe non è che una tessera di un mosaico molto più ampio. L’intero territorio del Coros — stretto tra Ploaghe, Codrongianos, Nulvi, Osilo, Chiaramonti e Florinas — è diventato il bersaglio di un’invasione energetica coordinata, calamitata dalla presenza della grande Stazione Elettrica di trasmissione e di conversione di Terna a Codrongianos.

È qui, nel cuore dell’interconnessione strategica verso la penisola (il progetto SACOI), che convergono le linee ad altissima tensione: le società si avventano su questa valle per ottimizzare i costi di allacciamento e dispersione della rete, trasformando una terra fertile, ricca di storia, di nuraghes, tombe dei giganti, domus de Janas e di monumenti identitari come la Basilica di Saccargia e Bonaria, in una gigantesca zona di sacrificio industriale.

Chiunque decida di verificare autonomamente lo stato dei fatti non deve far altro che consultare il portale delle Valutazioni Ambientali del MASE inserendo i comuni dell’area del Coros: i dati rivelano una selva impressionante di decine di istanze sovrapposte. Dalle distese eoliche (come Su Sassittu, Fri-El, GRV) ai maxi impianti agrivoltaici (tra cui Ploaghe Mores Agri 2, Erula, Atlas), fino a una miriade di altri progetti e a giganteschi sistemi di accumulo elettrochimico BESS (come l’impianto Lazzari 04) distribuiti a macchia di leopardo.

Uno spezzettamento studiato ad arte: impianti divisi in lotti più piccoli e fitti cavidotti sotterranei che tagliano e soffocano le vene idrogeologiche e interrompono i corridoi biologici. ​Si denunciano formalmente solo gli impatti singoli e i procedimenti vengono spezzettati in autorizzazioni separate, evitando deliberatamente di valutare i veri effetti di un’operazione cumulativa spaventosa. Nessuno — né a livello locale né regionale — si azzarda a pretendere una Valutazione d’Impatto Ambientale d’insieme.

Procedono così, senza scrupoli, alla conquista di un territorio rurale di rara bellezza, calpestando i diritti di una popolazione scarsa, fragile e anziana con la complicità attiva di quelle istituzioni che avrebbero il dovere costituzionale di difenderla. 

A completare il quadro è la sostanziale assenza di una voce critica: Comuni, Regione e una parte della stampa locale si ritrovano allineati sullo stesso copione industrialista, subordinando la tutela del territorio ai proclami di sviluppo delle coalizioni politiche e ai profitti delle grandi filiere energetiche, mentre le norme a tutela dei beni comuni vengono aggirate, ignorate o addirittura modificate a piacimento.

Monitorare il territorio: perché serve un Registro pubblico degli Impatti

​Continuare ad arrendersi all’inevitabile accontentandosi di elemosine significa firmare la condanna a morte del territorio. Invece di cercare di zittire chi protesta, bisognerebbe capovolgere la prospettiva con una proposta di maggiore buonsenso: se i progetti si devono fare, che venga istituito un Registro Pubblico degli Impatti e dei Benefici Territoriali.​

Un’amministrazione comunale che crede nel progresso tutelando territorio e cittadini, pretende i dati reali: quanti posti di lavoro stabili producono davvero gli impianti rispetto alle promesse? Che impatto c’è sul reticolo idrogeologico, sulla demografia, sul turismo, sul valore identitario delle terre? Se le compensazioni e i proclami di sviluppo vantati dai CEO e dai politici sono equi e reali, non temeranno di sottoporsi al monitoraggio civico.​

Se questo fosse fatto per tutte le opere impattanti che vengono presentate come vantaggiose, i cittadini avrebbero gli strumenti per smascherare le false promesse prima che il paesaggio venga ridotto a un cumulo di macerie industriali per il profitto esclusivo degli investitori.

Oltre i confini locali: la devastazione del Coros e l’urgenza di una reazione sarda

​Ciò che si sta consumando nella piana di Saccargia e nell’intero territorio del Coros non è un evento isolato, ma un disegno di industrializzazione forzata imposto da Roma e caldeggiato da una politica locale assoggettata ai potentati di partito. Tra colate di cemento ciclopiche, reti di cavi interrati e massicci sistemi di accumulo simili a fortificazioni, il paesaggio affronta una trasformazione irreversibile.​

Per questo motivo, la difesa di questo patrimonio non può essere delegata solo ai pochi residenti rimasti. È una battaglia che riguarda l’intera Sardegna: aprire gli occhi, guardare in faccia i responsabili e trovare insieme il modo per fermare questa follia prima che la fase esecutiva si compia è l’unica via per impedire che un altro pezzo del cuore stesso dell’isola – Coros – venga sacrificato per sempre.

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