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I conti che non tornano del Sulcis Digital Vault: un’indagine su costi, energia e impatto territoriale

Dichiarato dal governo italiano intervento di “interesse strategico nazionale”, il Sulcis Digital Vault (SDV) viene dipinto dalla propaganda istituzionale come la svolta tecnologica ed ecologica per il rilancio industriale dell’ex bacino minerario sardo.

L’idea presentata è scenografica: convertire le gallerie della miniera di Nuraxi Figus in un data center di ultima generazione destinato all’intelligenza artificiale. Tuttavia, scavando oltre gli annunci trionfalistici del Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT) e analizzando i numeri reali di costi, impatto energetico, latenza di rete e sostenibilità finanziaria, emerge un quadro del tutto diverso.

Il progetto presenta evidenti lacune strutturali e solleva una domanda di fondo: siamo di fronte a una vera opportunità di sviluppo o all’ennesima operazione speculativa mascherata da innovazione tecnologica, pagata a caro prezzo dai cittadini?

Chi c’è dietro il progetto? Proponenti, competenze e il nodo della tecnologia

La società proponente del Sulcis Digital Vault è Energy Vault Holdings Inc.. Un’analisi del modello di business dell’azienda evidenzia subito un dettaglio fondamentale: Energy Vault non è un provider cloud, non si occupa di colocation, né sviluppa o gestisce infrastrutture per il training o l’inferenza di intelligenza artificiale.

Il suo core business è focalizzato unicamente sui sistemi di accumulo energetico: batterie (BESS – Battery Energy Storage System) e sistemi ad accumulo gravitazionale (GESS – Gravity Energy Storage System). Nel portafoglio globale di Energy Vault figura un solo progetto riconducibile ai data center (denominato SnyderAI), il quale consiste nell’acquisto di container modulari “chiavi in mano” da terzi (Crusoe Spark) per poi riaffittarli alla stessa società.

Questa impostazione rivela un dato chiaro: la società possiede competenze sul versante dell’accumulo di energia, ma la componente strettamente tecnologica — la fornitura di server, schede grafiche GPU, gestione di rete e sistemi avanzati di raffreddamento delle infrastrutture IT — dovrà essere delegata esternamente.

Data center AI e rete: l’illusione dell’Edge e il problema della latenza

Per comprendere la sostenibilità tecnica del SDV, occorre distinguere le tipologie di data center dedicati all’Intelligenza Artificiale:

Data Center di Training: servono a creare e addestrare i modelli di AI elaborando sterminate moli di dati. Richiedono una densità enorme di GPU, enormi quantità di energia elettrica e generano un calore elevatissimo.

Data Center di Inferenza: applicano modelli già addestrati per rispondere in tempo reale alle richieste degli utenti.

Secondo le comunicazioni ufficiali del MIMIT, il Sulcis Digital Vault dovrebbe nascere come un data center “Edge AI”, ossia un’infrastruttura di prossimità pensata per l’inferenza, situata vicina agli utenti finali per ridurre i tempi di risposta. Qui emerge la prima forte contraddizione geografica e infrastrutturale.

Per ottimizzare il rendimento, i data center vengono edificati dove si concentrano gli utenti e i grandi nodi di scambio (Internet Exchange Point – IXP). L’esempio emblematico è la Virginia (USA): situata a ridosso della megalopoli che va da Washington D.C. a Boston (50 milioni di abitanti) e sede di istituzioni federali, ospita la più alta concentrazione mondiale di server.

In Sardegna non esiste alcun IXP principale. Per dialogare con la rete internet globale, i dati provenienti dal Sulcis devono viaggiare fino al MIX di Milano o al NAMEX di Roma e ritornare.

In contesti finanziari ad altissima frequenza (High Frequency Trading), la latenza si misura in nanosecondi. Anche ipotizzando un cavo sottomarino in fibra ottica diretto tra Gonnesa e la Borsa di Milano, la sola distanza geografica introdurrebbe circa 5 millisecondi di latenza per tratta. Il tempo necessario per il viaggio dei dati “andata e ritorno” tra la Sardegna e i nodi continentali vanifica il concetto stesso di “Edge”, rendendo il SDV strutturalmente svantaggiato e non competitivo rispetto alle strutture già operanti in Pianura Padana o nel centro Europa.

L’illusione dell’autosufficienza verde e l’impatto sulla bolletta sarda

Uno dei punti chiave usati per promuovere l’opera è la sua presunta sostenibilità ecologica grazie all’uso di fonti rinnovabili integrate. I numeri reali smentiscono questa narrazione. Un data center AI non può interrompere il funzionamento quando manca il sole o il vento: le costosissime GPU devono lavorare a ciclo continuo, 24 ore su 24, per ammortizzare gli investimenti.

Energy Vault dichiara l’intenzione di produrre energia in loco tramite:

20 MWp di fotovoltaico

12,6 MWp di eolico (3 aerogeneratori da 4,2 MW)

100 MW di accumulo (80 MW BESS a litio + 20 MW gravitazionale/idroelettrico a pompaggio)

I conti sull’energia: Ipotizzando per la struttura un consumo a regime di 246 GWh/anno (con un carico IT al 75% e un indice di efficienza energetica PUE di 1,25), la produzione combinata degli impianti fotovoltaici ed eolici locali riuscirebbe a coprire appena 59 GWh/anno, pari a circa il 24% del fabbisogno. Il restante 76% dell’energia (187 GWh/anno) dovrà essere prelevato direttamente dalla rete elettrica pubblica.

Inoltre, la produzione massima teorica istantanea del fotovoltaico e dell’eolico previsti (29 MW) non sarebbe nemmeno sufficiente a coprire il carico di spunto del data center stesso, rendendo impossibile ricaricare le batterie tramite le sole fonti rinnovabili locali. L’infrastruttura di accumulo prevista finirebbe così per funzionare come uno strumento di arbitraggio dei prezzi sulla rete elettrica generale, anziché garantire l’autonomia ‘verde’ dell’impianto.

L’impatto sui costi dell’energia per i sardi: Attualmente il carico medio della rete elettrica sarda è di circa 0,98 GW (contro i 19,17 GW del Nord Italia). L’inserimento di un singolo data center da 100 MW nell’isola rappresenta un incremento improvviso del 10,2% del carico della rete regionale (al Nord lo stesso impianto inciderebbe appena per lo 0,52%).

A fronte dell’integrazione dei mercati energetici attraverso le nuove infrastrutture di connessione sottomarine (come il Tyrrhenian Link), un simile picco di domanda interna contribuirà ad alzare la pressione sui prezzi regionali della corrente, determinando rincari in bolletta per i residenti sardi.

Rischi ambientali: acqua, contaminazione e scavi

Per raffreddare le GPU, che possono consumare fino a 1,9 kW per singola scheda, sono necessari imponenti sistemi di dissipazione del calore. Sebbene Energy Vault dichiari la volontà di adottare un circuito chiuso (evitando l’uso di torri evaporative ad alto consumo d’acqua dolce), la collocazione sotterranea all’interno della miniera di Nuraxi Figus solleva gravi interrogativi di natura idrogeologica:

Movimentazione terra e idrogeologia: Quanti metri cubi di roccia e terra dovranno essere scavati e movimentati per realizzare le infrastrutture necessarie?

L’esperienza internazionale insegna che gli scavi invasivi per data center in prossimità di falde idriche rischiano di inquinare o compromettere irrimediabilmente i pozzi privati e le fonti d’acqua circostanti.

Rischi di contaminazione microbiologica e chimica: Negli impianti di raffreddamento a circuito chiuso, le acque di scarico o quelle utilizzate durante le operazioni di manutenzione periodica richiedono trattamenti specifici prima di essere smaltite.

Casi documentati negli Stati Uniti (come a Cheyenne, Wyoming) hanno evidenziato la proliferazione di batteri specifici (es. Cupriavidus gilardii) nelle acque reflue dei data center. Come e dove verranno depurate e scaricate le acque reflue della struttura di Nuraxi Figus per evitare rischi per l’ambiente circondante e le falde?

Un’opera fuori mercato: CAPEX e TCO ai massimi mondiali

L’aspetto finanziario del Sulcis Digital Vault presenta le anomalie più sconcertanti.

Sulla base dei dati pubblicati relativi alla prima fase del progetto:

Investimento Fase 1: 1.490 milioni di euro

Capacità data center: fino a 30 MW IT

Analizzando la spesa in conto capitale per MW (CAPEX) e il costo totale di possesso annuale (TCO per kW IT/anno), il raffronto con i principali hub mondiali dei data center evidenzia quanto il progetto sardo risulti fuori da ogni parametro di mercato:

Mercato CAPEX (Mln € / MW IT)
Emirati Arabi / Arabia Saudita 35,3
Texas (USA) 40,3
Iberia (Spagna / Portogallo) 40,5
Francoforte (Germania) 43,6
Virginia (USA East) 43,9
Singapore 49,6
SULCIS DIGITAL VAULT 49,7

I dati parlano chiaro: costruire e mantenere un data center all’interno della miniera sarda costa più che a Singapore, un hub finanziario globale con elevatissima densità abitativa e costi del suolo tra i più alti al mondo.

L’adattamento ipogeo e la logistica complessa delle gallerie minerarie fanno lievitare i costi di costruzione e manutenzione a livelli record su scala planetaria.

I conti di Energy Vault: fragilità finanziaria e rischi per il pubblico

Un’analisi fondamentale dei bilanci di Energy Vault Holdings Inc. (NRGV) reperibili presso la SEC chiarisce lo stato di salute della società proponente:

Perdite economiche costanti: La società non ha mai generato utili. Nei primi sei mesi del 2026 ha registrato una perdita netta di 62,2 milioni di dollari, accumulando perdite complessive per oltre 549,6 milioni di dollari.

Cash Burn e Indebitamento: Il consumo di cassa si attesta a circa 100 milioni di dollari ogni sei mesi. Fronteggia un debito di 243 milioni di dollari (di cui 78 milioni a breve termine), a fronte di soli 93 milioni di dollari di cassa esente da vincoli.

Crollo del Patrimonio Netto: Il patrimonio netto è crollato da 67,5 a soli 6,9 milioni di dollari nell’arco di sei mesi.

Trattandosi di una società fortemente indebitata e priva di una storia di redditività, sorge spontaneo un interrogativo: per quale motivo lo Stato italiano sceglie di concedere lo status di “interesse strategico nazionale” e potenzialmente finanziare con risorse pubbliche un’opera fuori mercato affidata a un operatore finanziariamente fragile e privo di esperienza specifica nel settore dei data center AI?

Conclusioni: transizione o speculazione?

Il Sulcis Digital Vault rischia di configurarsi come una cattedrale nel deserto tecnologica. Un’opera collocata lontano dai punti di scambio della rete, incapace di sostenersi con la sola energia rinnovabile locale, fortemente impattante sui costi della rete elettrica sarda e caratterizzata da costi di realizzazione e gestione fra i più alti al mondo.

I territori della Sardegna e in particolare il Sulcis necessitano di reali investimenti industriali, sostenibili, duraturi e in grado di creare occupazione qualificata. Finanziare operazioni ad alto rischio finanziario con il pretesto dell’innovazione digitale e della transizione verde è una scelta che rischia di lasciare sull’isola l’ennesimo relitto industriale, scaricando i costi operativi ed ambientali sulle spalle della comunità.

Leggi l’articolo originale in lingua sarda su TRASTUS

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