Libertade

L’autodeterminazione oltre lo slogan: dal diritto internazionale alla realtà sarda

Nel luglio del 2015, sulla rivista Via Po, la storica Miriam Rossi pubblicava uno studio dal titolo “L’affermazione del diritto di autodeterminazione dei popoli. Un percorso tra l’avanzata della decolonizzazione e il confronto della guerra fredda”. Si tratta di un contributo denso e rigoroso che, pur a distanza di anni dalla sua pubblicazione, è rimasto quasi del tutto sconosciuto al grande pubblico sardo, ma che conserva oggi una certa attualità.

Perché tornare a parlarne proprio adesso? Perché mai come in questo momento storico la parola “autodeterminazione” è tornata al centro del dibattito pubblico nell’isola. Lo vediamo quotidianamente nelle piazze, nei comitati territoriali e nelle discussioni sulla speculazione energetica, sulle servitù e sulla crisi dell’autonomia regionale. Tuttavia, molto spesso questo concetto viene declinato solo come uno slogan politico o una rivendicazione emotiva, priva di un solido ancoraggio giuridico.

Riscoprire l’analisi di Miriam Rossi significa dotarsi di buoni strumenti teorici e storici per uscire dal folklore e comprendere cosa sia davvero l’autodeterminazione per il diritto internazionale e come possa diventare una leva concreta di riscatto per la Sardegna.

Il grande equivoco: autodeterminazione non significa solo secessione

Il primo contributo fondamentale dello studio di Miriam Rossi riguarda un malinteso radicato nell’immaginario collettivo: la sovrapposizione automatica tra il principio di autodeterminazione e l’indipendenza statale o la secessione.

Nel diritto internazionale, l’autodeterminazione è prima di tutto un diritto umano fondamentale, universale e inalienabile. Nella sua essenza giuridica, indica la piena libertà di una comunità o di un popolo di scegliere il proprio statuto politico e di perseguire liberamente il proprio sviluppo economico, sociale e culturale.

Come evidenzia l’autrice, questa libertà può certamente condurre alla creazione di un nuovo Stato sovrano, ma trova quotidiana applicazione anche e soprattutto nella sua dimensione interna. Rientrano nell’esercizio di questo diritto la conquista di un’autonomia reale, la gestione diretta delle risorse naturali del territorio, la tutela e la valorizzazione della propria lingua e cultura, e la possibilità di concordare forme avanzate di autogoverno all’interno di contesti multinazionali o federali.

La conquista di un diritto inderogabile

La ricostruzione di Rossi ripercorre il lungo e complesso percorso che ha trasformato l’autodeterminazione da semplice principio ideale a norma imperativa del diritto internazionale.

Formulato originariamente nei Quattordici Punti di Woodrow Wilson al termine della prima guerra mondiale e ripreso nella Carta Atlantica del 1941, il principio è entrato nello Statuto fondativo delle Nazioni Unite nel 1945. La vera svolta si è avuta però tra gli anni Cinquanta e Sessanta, sotto la spinta travolgente del processo di decolonizzazione in Africa e in Asia.

Con la celebre Risoluzione ONU 1514 del 14 dicembre 1960 — la Dichiarazione sulla concessione dell’indipendenza ai paesi e ai popoli coloniali — l’Assemblea Generale ha stabilito solennemente che tutti i popoli hanno il diritto di decidere liberamente del proprio status. Pochi anni dopo, nel 1966, l’inserimento dell’autodeterminazione come Articolo 1 comune a entrambi i Patti Internazionali sui Diritti Umani delle Nazioni Unite ha conferito a questo principio il valore di norma inderogabile del diritto internazionale, definita dagli esperti jus cogens.

Il messaggio che emerge dalla storia è chiaro: la garanzia dei diritti di una popolazione non richiede necessariamente il tracciamento di nuovi confini, ma esige l’impegno concreto per il rispetto della dignità, dell’autogoverno e della sovranità decisionale di una comunità sul proprio territorio.

Il nodo sardo: elevarlo a questione di diritto

È precisamente in questa cornice che occorre riposizionare la Questione Sarda. Per decenni il dibattito nell’isola si è bloccato in un’alternativa sterile: da una parte la rassegnazione all’assistenzialismo statale e alla dipendenza economica, dall’altra un richiamo all’identità relegato a pura rievocazione folcloristica o troppo legato a ideologie politiche esogene.

Leggere la condizione sarda attraverso le categorie del diritto internazionale permette di compiere un salto di qualità. La comunità sarda possiede specificità storiche, culturali, linguistiche e geografiche che le conferiscono la titolarità di diritti collettivi.

I grandi nodi del presente — dall’assalto speculativo al paesaggio travestito da transizione energetica e progresso turistico, alla pesante servitù militare, al tracollo del sistema sanitario, fino ai cronici svantaggi nei trasporti — dimostrano che il problema centrale rimane la mancanza di una reale sovranità sulle decisioni che riguardano la nostra terra.

Dalla teoria ai fatti: la struttura necessaria per agire

Se l’autodeterminazione deve smettere di essere un’astrazione o un tema da social, bisogna chiedersi come far valere concretamente questi diritti conclamati.

Le sole proteste di piazza o le battaglie ideologiche guidate da singole sigle politiche o da comitati in competizione per la visibilità, non risolvono niente. I gruppi ideologici rischiano l’isolamento e spesso si scontrano con ostacoli formali insuperabili quando negano a priori l’ordinamento vigente o cercano di forzarlo.

Per trasformare il diritto internazionale in un’arma vincente, serve un salto organizzativo e metodologico.

Ciò che serve oggi è la creazione di un’infrastruttura civica, giuridica e mediatica indipendente, un organismo tecnico, autorevole e terzo rispetto ai partiti, capace di riunire le migliori competenze legali, scientifiche ed ecologiche dell’isola. Una struttura di questo tipo potrebbe operare su quattro direttrici:

La prima è il contenzioso strategico. L’Italia ha ratificato i Patti ONU del 1966 con legge dello Stato. L’Articolo 1 di questi accordi stabilisce chiaramente che nessun popolo può essere privato dei propri mezzi di sussistenza e delle proprie risorse. Un ente tecnico qualificato può utilizzare questa norma imperativa per impugnare davanti ai giudici internazionali ed europei le leggi e i decreti che autorizzano l’espropriazione energetica o la devastazione ambientale della Sardegna.

La seconda è la progettazione istituzionale dal basso. Senza attendere concessioni da Roma o dalla burocrazia regionale, la società civile organizzata può redigere una proposta d’iniziativa popolare per un nuovo Statuto di sovranità e autonomia, fondato sulla tutela della terra, sulla riserva strategica delle risorse e sulla gestione integrale delle entrate fiscali.

La terza è il sostegno ai Comuni. I 377 Comuni sardi sono i primi presidi del territorio. Fornire alle amministrazioni locali un supporto legale ed urbanistico efficiente consente ai Sindaci di adottare delibere e vincoli territoriali efficaci contro le speculazioni imposte dall’alto.

La quarta è la diplomazia internazionale. Le commissioni delle Nazioni Unite e gli organismi europei valutano con grande attenzione i dossier e i rapporti ombra presentati da entità civiche indipendenti. Documentare formalmente le violazioni dei diritti economici, sociali e ambientali subite dalla popolazione sarda significa costringere lo Stato a rispondere del proprio operato nelle sedi internazionali.

L’autodeterminazione del popolo sardo non sarà un regalo calato dall’alto né una concessione da ottenere urlando uno slogan. Diventerà realtà solo quando la comunità sarda inizierà a esercitare i suoi diritti organizzandosi in forma permanente e trasformando le norme internazionali studiate dai giuristi in uno scudo legale e in una leva di riscatto quotidiano.

Nota di redazione e fonte

L’analisi di questo articolo prende spunto dal saggio di Miriam Rossi, “L’affermazione del diritto di autodeterminazione dei popoli. Un percorso tra l’avanzata della decolonizzazione e il confronto della guerra fredda”, pubblicato sull’inserto culturale Via Po (4 luglio 2015, pp. 5-8). Trattandosi di un contributo cartaceo non direttamente consultabile online, per chi desidera approfondire le ricerche dell’autrice sul tema si rinvia al suo volume accademico Tutela dei diritti umani e realpolitik. L’Italia alle Nazioni Unite (1955-1976) (CEDAM).

3 commenti

  • bianca serusi

    -La struttura necessaria per agire-
    Concordo pienamente con la visione. Per quanto ne so, José Luis Rodríguez Zapatero fece in questo contesto un enorme regalo autonomico a tutte le regioni spagnole, lasciando larghi margini di autonomia e impulsando una política di crescita paritaria e concorde alle necessità locali e ispirata al diritto internazionale. Ne approfittarono bene gli independentisti baschi che elettoralmente riuscirono ad insediarsi in buona parte dei comuni e far sventolare in primis e unicamente la loro bandiera. Fu solo l’inizio.
    Penso che insediarsi in un comune, quindi esporsi previamente ad elezioni, prendersi la responsabilità di amministrare per minimo 5 anni il bene comune per il bene comune, sia doveroso da parte di chi veramente ama il suo territorio e la sua gente. Unione di intenti e condivisione d’azione. La Grande sfida? 377 liste civiche

  • Rosanella Murgia

    la proposta di creare un organismo autorevole, terzo rispetto ai partiti che permetta di realizzare l’autodeterminazione per la Sardegna sulla base della legislazione citata mi sembra eccellente. Purtroppo la popolazione locale è in gran parte non molto interessata ai numerosi problemi che ci affliggono, ma c’è un numero ristretto di persone e di comitati che si batte con competenza e coraggiosamente per cercare di arginare gli attacchi dello Stato e degli affaristi sul nostro territorio. Credo che unendoci a loro potremmo realizzare la proposta in questione anche se, purtroppo non con la rapidità che le nostre drammatiche condizioni richiederebbe.

  • Giangi

    Interessante questa specifica sull’autodeterminazione di Miriam Rossi anche se nonostante il fervore che si registra da noi con vari comitati e attivisti rimango dubbioso sul crescere di un movimento capace di sviluppare qualcosa di concreto in questo senso. Ci sono dei gap da colmare di difficile attuazione. Siamo in una curva demografica al ribasso, per cui la spinta decisiva senza il supporto di giovani potenziali attivisti e’ limitata, come anche menzionato nell’articolo, l’assistenzialismo e la dipendenza economica fanno il resto, quale potrebbe essere la soluzione a questo ultimo problema, visto che l’industria e il capitale sono sempre provenienti dallo stato occupante. Istituire parte del territorio in zona franca e poi crescere ? Fare della Sardegna un polo offshore per attirare capitali con il rischio di attirare anche sistemi finanziari illegali o parte della criminalita’ organizzata. Forse qualche economista la soluzione l’ha spiegata ma io me la sono persa.

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