La favola dell’Einstein Telescope: chiacchiere, servitù e scienze dell’autonomia
Per la prima volta, da quando si parla di Einstein Telescope, il confronto su questa imponente opera sotterranea ha travalicato le stanze istituzionali e le passerelle di propaganda locali, riversandosi in modo capillare nell’opinione pubblica sarda.
A far esplodere la discussione su scala regionale, tuttavia, non è stata una presa di coscienza spontanea promossa dalle istituzioni, ma un fatto di cronaca avvenuto a Lula, dove sono state incendiate le autovetture di una coppia di ricercatori.
Un episodio grave che, invece di essere affrontato con il rigore, la prudenza e la neutralità che si richiedono agli organi dello Stato, è stato immediatamente strumentalizzato per alzare gli scudi sull’opera.
Prima ancora che le indagini potessero accertare la matrice, le dinamiche e i responsabili dell’atto, il Procuratore della Repubblica di Nuoro si è affrettato a rilasciare una dichiarazione perentoria: “La violenza non fermerà mai l’Einstein Telescope”.
Una presa di posizione che va ben oltre il dovere di perseguire un reato: le parole del procuratore contengono un giudizio preventivo, una condanna implicita del tessuto sociale e soprattutto un aperto schieramento politico a favore del progetto.
Attraverso i social network, cassa di risonanza che ha unito ogni angolo dell’isola, figure pubbliche molto seguite — tra politici, giornalisti, attivisti e professionisti — hanno preso posizione sul tema, trovandosi subito immerse in uno scontro ridotto alla dicotomia tra scienza e anti-scienza.
È bastato infatti avanzare i primi dubbi sull’utilità e la sostenibilità dell’opera o sul metodo utilizzato per farlo accettare dalla popolazione, per scatenare le reazioni di chi liquida ogni critica come un tentativo di restare “all’età dei nuraghe” o “a pascolare le pecore”.
A nulla serve rispondere con dati, argomenti e analisi di merito: nel discorso pubblico la contrapposizione è volutamente improntata su questa divisione, così da semplificare il dissenso e ridicolizzarlo.
Proprio la chiusura rigida e sorda delle istituzioni e dei sostenitori, avvertita come l’ulteriore conferma di una gestione in malafede, ha spinto molti sardi a rompere il silenzio sui social, esprimendo con fermezza la propria contrarietà o i legittimi dubbi sulla natura dell’opera.
A dibattito ormai aperto, dinanzi alla palese evidenza che la popolazione non intende subire passivamente un progetto calato dall’alto, sono arrivate le dichiarazioni del sindaco di Siniscola, il quale, schierandosi a difesa incondizionata del progetto, si è spinto a sostenere pubblicamente che “dobbiamo isolare chi la pensa diversamente”.
L’aperta criminalizzazione della critica e l’invito all’ostracismo verso i dissidenti hanno ulteriormente confermato i timori dei cittadini.
Il dibattito sta interessando quindi tutta la Sardegna, ma a quanto pare su presupposti sbagliati. Invece di scivolare nella trappola della polarizzazione tra presunti “amici della scienza” e ipotetici “nemici del progresso”, la questione centrale sarebbe dovuta essere fin da subito un’altra: l’impatto reale dell’Einstein Telescope sulla sovranità, sull’autodeterminazione e sul futuro politico ed economico di una Sardegna libera.
Il blocco di potere e l’illusione del consenso
Abbiamo visto che la gestione della comunicazione istituzionale sull’Einstein Telescope è caratterizzata dalla totale assenza di una reale dialettica democratica. Sul progetto si registra un’unanimità trasversale che annulla ogni distinzione: destra e sinistra, grandi gruppi d’informazione, élite imprenditoriali, vertici accademici e persino settori della magistratura marciano compatti nell’avallare l’opera.
Questo blocco coeso e compatto ha trasformato le decisioni strategiche sul territorio in atti amministrativi immacolati, trattando ogni spazio di confronto civico come superfluo.
Per mesi, l’infrastruttura è stata presentata attraverso una narrazione salvifica: la più grande occasione di riscatto per le zone interne della Sardegna, un lampo di vita per un territorio dipinto come oramai moribondo, un treno che passa una volta sola.
Attraverso le conferenze informative senza contraddittorio, l’invio di promoter incaricati di rassicurare le comunità e il sostegno aperto della Presidente della Regione Todde e di tutte le forze politiche più potenti, le istituzioni si sono assicurate l’adesione di cittadini e amministrazioni locali coinvolte nel progetto.
Spesso soli di fronte allo spopolamento e al declino dei propri paesi, i sindaci sono stati facili ricettori della propaganda o si sono semplicemente allineati alle direttive di partito, finendo per servire gli interessi dello Stato a occhi chiusi, anziché interrogarsi sull’impatto effettivo che l’opera avrà sulle comunità che dovrebbero rappresentare.
Tuttavia, l’attenzione critica sul progetto precedeva di gran lunga i fatti di cronaca: le analisi sulle procedure adottate e sulle ricadute concrete circolavano già da tempo in rete, alimentando una progressiva presa di coscienza che ha spinto la popolazione a interrogarsi e informarsi sulle implicazioni reali dell’opera.
La crepa nel muro della propaganda si è così definitivamente aperta: nelle piazze dei social network è emerso con forza che la presunta unanimità dei territori non esiste e che una fetta consistente della cittadinanza è contraria a questi metodi impositivi.
Un contrasto che svela la natura fragile di un consenso fabbricato a tavolino e che apre il campo alle dinamiche di controllo e di imposizione del silenzio che gravano sull’intera vicenda.
Le implicazioni sommerse: dal controllo territoriale alla morsa geopolitica
La vera natura dell’Einstein Telescope si svela attraverso le sue ricadute più sommerse e invasive, che partono dal piano locale per estendersi sulla scacchiera globale. Una volta rotta la finzione del consenso unanime, oltre ai vari giustificati dubbi di natura tecnica e logistica, emerge la questione della sicurezza e della progressiva militarizzazione del territorio.
Classificare l’opera come sito di interesse strategico apre alla già espressa tentazione istituzionale di importare nell’Isola il “modello No TAV”, trasformando l’area in un cantiere militarizzato e imponendo ai paesi limitrofi rigide restrizioni alla circolazione e un soffocante controllo, con il rischio concreto di criminalizzare ogni minima infrazione e far passare le legittime rivendicazioni sarde per minacce alla sicurezza nazionale.
Il nodo cruciale che la propaganda tace e la scienza maschera, riguarda la natura stessa della strumentazione sviluppata per l’esperimento: le cosiddette tecnologie dual-use (a doppio uso, civile e militare).
Dietro lo schermo della “scienza pura”, l’Einstein Telescope necessita di sviluppare e testare soluzioni ingegneristiche di altissima precisione — come l’ottica quantistica, l’interferometria laser e i sistemi avanzati per la stabilizzazione del puntamento a lunghissima distanza. Si tratta di sistemi che, pur nati per misurare le onde gravitazionali, trovano immediata e diretta applicazione nei settori della difesa strategica, del puntamento satellitare, del tracciamento e dei sistemi d’arma ad alta tecnologia.
Questo legame tra ricerca di base e apparati bellici trova solida conferma nell’evoluzione delle recenti politiche europee. Pur non rientrando nominativamente nella linea di bilancio del riarmo, l’ET si inserisce nel medesimo mutamento di priorità politiche ed economiche del Continente. Negli ultimi regolamenti UE (tra cui la direttiva “Omnibus” del piano ReArm Europe), la Commissione ha autorizzato la riallocazione e l’uso “flessibile” dei fondi di ricerca e coesione verso infrastrutture ad alto potenziale dual-use.
Le tecnologie chiave dell’ET rientrano a tutti gli effetti nelle categorie tematiche di interesse industriale strategico coperte dai nuovi indirizzi sulla difesa.
Quand’anche si volesse credere alla neutralità della ricerca, c’è un dato innegabile che smentisce ogni ingenuità: la presenza di ricercatori e atenei legati a un ben preciso Stato al centro di un devastante conflitto d’aggressione, affiancata da una dorsale dati da 4 Terabit diretta senza intermediari proprio verso quel Paese.
Dietro il paravento dello “scopo di ricerca”, si spalanca così un’autostrada informatica privilegiata che mette dati e competenze al servizio di un Paese attivamente impegnato in operazioni belliche aggressive.
La Sardegna rischia ancora una volta di essere ridotta a una piattaforma passiva al servizio di priorità finanziarie, tecnologiche e soprattutto militari che non le appartengono e che ne mettono a serio rischio la sicurezza.
Le scienze dell’autodeterminazione e la fine della sudditanza
Anche l’accordo promosso dal Ministero dell’Università e della Ricerca guidato da Anna Maria Bernini per formare in Sardegna le maestranze dell’Einstein Telescope svela una matrice profondamente coloniale: addestrare manodopera esecutiva locale per servire un’infrastruttura i cui brevetti, dividendi e decisioni strategiche risiederanno altrove, in mano a grandi fondi di investimento internazionali e a una comunità scientifica fortemente condizionata dal capitale.
Si ripropone così la favola delle “ricadute economiche”, riducendo il popolo sardo al ruolo del cane che aspetta le briciole cadute dal tavolo, quando in realtà il pasto è stato preparato interamente nella sua cucina e in parte con le sue risorse.
È tempo di applicare a ogni progetto un filtro autonomista schietto e rigoroso: serve a noi o serve a qualcun altro?
Accettare questa ennesima servitù significa condannare tutta l’isola a una sudditanza irreversibile, trasformando la Barbagia in una colonia di servizio militarizzata e svuotando il cuore della cultura sarda.
Nessuno mette in discussione il valore della ricerca scientifica né il progresso tecnologico, che restano strumenti fondamentali anche per l’emancipazione dell’Isola.
Il punto è un altro: la Sardegna pretenda di non essere presa in giro.
Se questo progetto serve a soddisfare interessi di profitto, logiche industriali e priorità geopolitiche estranee al nostro territorio, lo si dica chiaramente.
Si eviti la retorica paternalista di chi ammanta di altruismo l’ennesima servitù, pretendendo che le comunità ringrazino pure per il privilegio di essere occupate.
L’alternativa all’Einstein Telescope non è il rifiuto della scienza, ma la pretesa di un modello di ricerca diametralmente opposto, fondato sull’autodeterminazione e sul rispetto della terra. Per esempio:
- Energia di comunità e micro-reti: Ricerca su sistemi di accumulo puliti e software open-source per affrancare i sardi dalla speculazione dei colossi energetici.
- Sovranità alimentare e risorse idriche: Agronomia avanzata su varietà native resistenti alla siccità e tecnologie sostenibili per la tutela del patrimonio idrico.
- Genomica e oncologia: Ricerca avanzata sui marcatori della longevità e sull’incidenza dei tumori nell’Isola.
- Scienze della bonifica ecologica: Fitorimedio e ingegneria ambientale per decontaminare i suoli devastati da decenni di servitù industriali e militari.
È su queste filiere che dovrebbero concentrarsi le risorse finanziarie dell’amministrazione pubblica e l’offerta formativa dei nostri atenei, costruendo percorsi universitari capaci di dare risposte concrete ai problemi storici dell’isola e contemporaneamente dare lavoro alle nuove generazioni, anche in virtù dell’emergenza climatica.
Vedere ingenti fondi pubblici e territorio pregiato privatizzati per servire un grande progetto calato dall’alto, mentre alla ricerca sarda e ai suoi studenti si negano i mezzi per edificare un modello di sviluppo autonomo, è l’ennesimo schiaffo morale.
Un’ingiustizia che priva i sardi delle risorse necessarie per costruire, con la propria intelligenza e sulla propria terra, il vero futuro che la Sardegna merita.



2 commenti
Paolo Planta
concordo sulla necessità di promuovere un’allargamento della cittadinanza attiva consapevole e su una presumibile riduzione delle tifoserie per partito preso. La Sardegna in diverse epoche si è automutilata mortificando imprenditori locali come Grauso Soru mentre ha garantito proposte fallimentari vedi Furtei,speculazioni distruttive SARAS, seduzioni ingannevoli vedi Pale eoliche ecc
Casimiro Baldanza
Non ce lo meritiamo. Meglio che lo facciano in Olanda e tanti saluti a tutti.