Prospettive per la Nazione sarda oltre il colonialismo ideologico
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Oltre il colonialismo ideologico: Per un fronte nazionale sardo aperto e senza élite

Di Alessio Canu

Nello scrivere questo pezzo prendo spunto da un post pubblicato sui miei canali social. Pensavo di toccare dei nervi scoperti e di porre in posizione scomoda i sostenitori di alcune teorie politiche sulla Nazione Sarda. È stato un confronto perfettamente lecito e salutare per la dialettica politica. Ha colpito nel segno, poiché hanno risposto diverse figure che da anni militano nel campo autonomista e indipendentista: il messaggio è stato recepito e ne è nata una discussione che mi ha fornito ulteriori spunti. Altri stimoli li ho colti leggendo articoli e commenti su diversi profili e testate.

Se dovessimo analizzare lo stato attuale del campo autonomista e indipendentista, potrei dire che ci troviamo in una fase magmatica, in una fase di elaborazione incandescente dove tutto deve ancora solidificarsi e prendere forma definitiva.

È quindi urgente e fondamentale chiarire quali obiettivi intendiamo raggiungere con la nostra lotta e quali fasi seguire. Non solo: è fondamentale specificare in quale ordine queste fasi vadano affrontate. Non si tratta di un dettaglio di poco conto, pena la snervante lentezza con la quale il campo indipendentista avanza e, di contro, il rapido progredire delle forze colonialiste.

È innegabile che in Sardegna esista un sentimento nazionale sardo, sia esso esplicito o manifestato in ambiti specifici:
● Nel parlare il sardo nella propria variante locale;
● Nel percepirsi distinti rispetto all’identità italiana;
●Nel riconoscere una cultura propria che si riflette in tradizioni, usi e rituali religiosi che mantengono un peso fondamentale, specie nelle piccole comunità.

Questo sentimento non può essere imbrigliato all’interno di uno schema politico rigido. Il sardo, innanzitutto, è sardo: non è né di destra né di sinistra per natura.

Come in qualsiasi Nazione, le persone che la compongono esprimono idee politiche variegate. In democrazia è fondamentale e sano che ciò sia garantito, altrimenti si rischierebbe di scivolare in un sistema autoritario che snatura la carica liberatrice di una lotta per asservirla ai voleri di un’élite, magari autoctona, ma pur sempre un’élite.

La prima domanda che chiunque frequenti questo ambito politico deve porsi è: quale Sardegna vogliamo costruire? Completamente indipendente? Autonoma? Inserita in un sistema confederale?

È necessario chiarire questo punto. Se si osserva l’evoluzione delle dinamiche Stato-Regione negli ultimi trent’anni, la fiducia in un sistema autonomo integrato nello Stato italiano va progressivamente scemando. La prima convergenza da realizzare consiste nel condurre chi ancora crede nella possibilità dell’autonomia a comprendere che non potrà mai esistere un rapporto paritario e leale con Roma.

Agli occhi del Continente, la Sardegna appare unicamente come un’isola strategica di retrovia, un sito estrattivo e un laboratorio di sperimentazione sulla pelle della popolazione che vi abita. Il primo passo deve quindi palesare questa disparità e porre una chiara alternativa: non si può essere italiano-sardi o sardo-italiani. Si è o sardi o italiani (tertium non datur), per non rischiare di autotradirsi in nome di un’illusione che produce più svantaggi che benefici alla nostra isola.

Chiarito questo primo aspetto, va esplicitato un secondo principio: prima viene la Sardegna come Nazione, poi si definirà quale assetto istituzionale adottare. La decisione ultima spetterà comunque al Popolo Sardo e non a chi guiderà un eventuale Fronte unito vittorioso. Su questo punto riflettevo già nel mio intervento precedente.

Anche solo ipotizzare una Sardegna libera e preventivamente etichettata come socialista, comunista, centrista, nazionalista o di destra significa tradire un’utopia o, peggio, voler gestire in maniera elitaria la res publica nel momento in cui sarà nella disponibilità dei sardi. È ciò che si è verificato in diversi Paesi africani all’indomani delle indipendenze, dove specifiche élite o etnie hanno preso il potere gestendolo in modo esclusivo e servendosi delle ideologie, di destra o di sinistra, come copertura. In geopolitica, l’ideologia è spesso una maschera narrativa per coprire interessi molto più concreti e materiali che ideali.

Ed è questa la ragione per cui contestavo l’avversione manifestata da alcune figure nei confronti di SURRA (o di qualsiasi altro movimento o gruppo analogo): tacciare di contaminazione o infiltrazione una realtà nuova che sta ottenendo un riscontro notevole, soprattutto tra i giovani prima avulsi dalla causa sarda, è una scelta suicida.

Lo è ancora di più se si cercano di applicare schemi ideologici precostituiti, specialmente quando le accuse provengono da chi si riconosce in ideali di sinistra, a prescindere dall’orientamento effettivo degli attaccati.
Questa impostazione è dannosa per due motivi principali:

  1. Spacca e divide in fazioni un potenziale campo unito, innescando attriti deleteri (analogamente a quanto accaduto nei processi di decolonizzazione africani, dove alle indipendenze sono spesso seguite guerre civili alimentate da ingerenze esterne).
  2. Il ricorso alla dicotomia destra/sinistra tradisce un’impostazione concettuale di matrice italiana.

In Italia è consuetudine sovrapporre la sinistra al comunismo e la destra al fascismo; schemi simili si riscontrano in Germania o in Spagna. Ma in Francia, definire fascista un gollista di destra susciterebbe solo ilarità, e lo stesso De Gaulle si rivolterebbe nella tomba; reazioni analoghe si avrebbero nel Regno Unito con la tradizione conservatrice di Churchill.

Inoltre, le mobilitazioni portate avanti da questo gruppo negli ultimi tempi si scagliano contro simboli, speculazioni e decisioni adottate sia da Governi nazionali di destra sia da amministrazioni regionali di sinistra, contrastando un modello economico apertamente predatorio, promosso con pari diligenza sia dalla sinistra sia dalla destra coloniale.

Riproporre contrapposizioni ideologiche classiche significa utilizzare categorie anacronistiche che distorcono la reale rappresentazione delle forze in campo.

Occorre un salto di qualità nella terminologia politica. Il vero spartiacque oggi è tra:

Campo pro-establishment: chi intende preservare uno status quo che non garantisce più benessere ma accentra risorse a vantaggio di pochi;
Campo anti-establishment: chi difende la propria terra e le proprie comunità in nome della tutela del territorio, oltre le appartenenze di partito.

Nel contesto sardo, queste definizioni coincidono rispettivamente con il “campo coloniale” e il “campo sardo nazionale”, a condizione che si eviti la settarizzazione politica interna e si prevenga ogni forma di elitarismo una volta raggiunto l’obiettivo primario della Nazione Sarda.

Rispetto all’idea di incanalare gli attivisti di SURRA all’interno di una struttura organizzativa già collaudata, ribadisco che inserire un nuovo movimento in una cornice preesistente e fortemente connotata ideologicamente rischia di risultare controproducente. Un’impostazione rigida depotenzierebbe la causa sarda, poiché chi non si riconosce nel programma di quella specifica struttura finirebbe per allontanarsi.

È indispensabile definire una serie di punti programmatici condivisi che non impongano la fusione o l’assoggettamento sotto un’unica sigla o leadership. Prima deve venire l’unione d’intenti; i nomi e i ruoli saranno proposti successivamente al popolo, al quale spetterà la decisione finale.

Auspico che questo contributo possa avviare un dibattito serio e articolato, capace di evolversi anche in momenti assembleari di confronto aperto, mentre si attende che altre forze riprendano un percorso comune e che si comprenda fino in fondo cosa i sardi desiderano per se stessi e per la Sardegna.


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