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L’ombra del Rhine Group sulla Sardegna: quando la “competitività” di Draghi divora terra e diritti

Nel silenzio generale della tarda estate, mentre il dibattito pubblico continentale è monopolizzato dal rischio di una guerra mondiale, è nata un’organizzazione destinata a pesare enormemente sulle politiche dell’Unione Europea e, di riflesso, sui territori periferici come la Sardegna.

Si chiama Rhine Group ed è un think tank promosso dall’ex presidente della Banca Centrale Europea ed ex premier italiano Mario Draghi, insieme a Patrick Collison, miliardario co-fondatore e CEO della multinazionale dei pagamenti digitali Stripe. Alla direzione esecutiva dell’organismo è stato posto l’economista ed ex eurodeputato spagnolo Luis Garicano, affiancato da figure chiave del grande capitale industriale, delle telecomunicazioni e della politica continentale, tra cui Xavier Niel (patron di Iliad), Bruno Le Maire (già ministro dell’Economia francese) e Louis Dreyfus (amministratore delegato del gruppo Le Monde).

Spiegato in parole semplici, il Rhine Group non è un organo elettivo né un’istituzione democratica pubblica. È un gruppo di pressione d’élite privato e indipendente, nato con un obiettivo preciso: prendere le raccomandazioni contenute nel celebre “Rapporto Draghi sulla competitività europea” e trasformarle in azione politica e legislativa concreta.

La tesi di fondo sostenuta dal gruppo è che l’Europa versi in una condizione di stagnazione economica irreversibile e di declino geopolitico rispetto a colossi come Stati Uniti e Cina. Per evitare la marginalizzazione, secondo Draghi e i suoi soci, l’Unione Europea deve cambiare radicalmente rotta: sburocratizzare, mobilitare centinaia di miliardi di euro di capitali privati, velocizzare i processi decisionali e integrare ulteriormente i mercati.

Un dettaglio fortemente simbolico e rivelatore risiede nella scelta della sede legale dell’organizzazione: la Svizzera. Un laboratorio di idee che pretende di ridisegnare il futuro dell’Unione Europea sceglie di insediarsi fuori dai confini comunitari e fuori dalle regole di trasparenza dell’UE, rifugiandosi in una giurisdizione che garantisce la massima riservatezza e un’ideale distanza dalle pressioni democratiche dei cittadini europei.

Il Rhine Group si configura dunque come un braccio operativo dell’alta finanza e del settore tecnologico, pensato per dettare l’agenda ai governi nazionali e alle istituzioni di Bruxelles, scavalcando la lentezza dei parlamenti e il dissenso delle comunità locali.

La trappola della deregolamentazione: la “velocità” contro le regole

Il mantra cardine che muove la macchina ideologica del Rhine Group è la “semplificazione normativa”, termine edulcorato che nel linguaggio della finanza globale significa una cosa sola: deregolamentazione rapida e profonda.

Secondo la visione di Draghi e Collison, la rigida maglia di normative ambientali, i vincoli paesaggistici, i diritti del lavoro e i lunghi processi di valutazione d’impatto ambientale rappresentano “colli di bottiglia” che zavorrano la produttività europea e allontanano i grandi investitori.

La ricetta proposta dal Rhine Group per far ritrovare all’Europa il suo “spirito competitivo” consiste nel rimuovere questi ostacoli attraverso corsie preferenziali per le grandi opere, poteri sostitutivi statali o comunitari, e una drastica riduzione delle garanzie di controllo preventivo.

Si promuove un modello di governance fortemente centralizzato e tecnocratico — un vero e proprio “federalismo pragmatico” d’emergenza — in cui le decisioni strategiche su cosa costruire, dove costruirlo e quali risorse sfruttare vengono prese in vertici ristretti e calate dall’alto verso il basso.

Questa filosofia economica muove dal presupposto che la tutela dell’ambiente e la democrazia partecipativa siano lussi che il continente non può più permettersi di fronte alla competizione globale.

Così facendo, la deregolamentazione diventa regola di governo e il diritto pubblico finisce per essere totalmente subordinato all’interesse dei privati.

In realtà, le tutele ambientali non sono “intralci procedurali”, ma strumenti conquistati in decenni di lotte per impedire che la ricerca del profitto privato devasti i beni comuni, avveleni l’aria e l’acqua e distrugga i territori. Abbattere queste barriere in nome dell’urgenza di produrre valore significa privare i cittadini dell’arma della legge per difendere le proprie comunità.

Dall’arroganza dei decreti all’assalto estrattivo totale: un’isola sotto assedio

In Sardegna sappiamo bene che questa impostazione non appartiene alla sfera delle ipotesi teoriche. Tutti noi siamo consapevoli della forza e dell’arroganza con cui Mario Draghi, già durante il suo mandato governativo, ha impiegato il proprio potere personale e istituzionale per calpestare vincoli regionali, autonomie locali e tutele ambientali, spianando la strada alle grandi aziende pronte a fare enormi profitti sulla pelle della nostra terra.

A partire dai suoi decreti sull’energia e dalle normative d’urgenza, si è consolidata un’impostazione centralista che ha spalancato le porte alle speculazioni.

Una linea politica che oggi trova una preoccupante continuità nell’operato della sua ideale pupilla, la presidente della Regione Sardegna Alessandra Todde, la cui gestione perpetua nei fatti quella medesima cornice di subalternità alle decisioni dall’alto e alle logiche del grande capitale, mascherandola da transizione governata e da progresso per i sardi.

Se il Rhine Group riuscirà ad esercitare su Bruxelles la pressione sufficiente per spingere la direttiva della deregolamentazione selvaggia, quei pochi scudi giuridici e paesaggistici che ci sono rimasti crolleranno inevitabilmente.

Se guardiamo le risorse di interesse strategico di cui disponiamo, diventa evidente che ridurre il saccheggio della Sardegna alla sola questione delle pale eoliche o dei pannelli solari sarebbe un errore: la speculazione energetica è soltanto la punta di un iceberg ben più profondo.

L’isola è nel mirino di un assalto estrattivo e coloniale a trecentosessanta gradi:

1. Speculazione energetica e mega-impianti: L’esproprio di migliaia di ettari di suolo agricolo e pascolo per installare fotovoltaico ed eolico ad uso e consumo delle industrie del Nord Italia e d’Europa, distruggendo l’agroalimentare e il paesaggio.

2. Riapertura delle miniere ed estrazione di terre rare: Con la scusa del Critical Raw Materials Act europeo, la Sardegna viene vista come una riserva di caccia per la riapertura dei cantieri estrattivi di metalli critici e terre rare. 

Lo sfruttamento minerario non è un capitolo chiuso della nostra storia, ma una minaccia presente che rischia di avvelenare ancora falde e territori sotto il ricatto della “necessità strategica” non più solo italiana, ma europea.

3. Basi militari, occupazione e esercitazioni: L’isola continua a subire la gravissima servitù di oltre il 60% del totale delle demanializzazioni militari italiane. Capo Teulada, Quirra e Capo Frasca rimangono territori sottratti alla sovranità del popolo sardo, devastati da bombardamenti, inquinati da metalli pesanti e interdetti allo sviluppo locale.

4. Poligoni, laboratori ed esperimenti per l’industria bellica: La Sardegna è trasformata nel banco di prova per i mercanti di morte. Nei nostri cieli e sui nostri mari si testano nuovi sistemi d’arma, droni, missili e tecnologie belliche avanzate per conto di multinazionali e potenze straniere, sulla pelle della salute pubblica.

In più, si producono bombe e droni tedeschi e si progetta un laboratorio miliardario sotterraneo per lo sviluppo di tecnologie preziose per l’industria bellica: l’Einstein Telescope

5. Deposito di scorie, nucleare e rifiuti speciali: Rimane costante la minaccia di trasformare il sottosuolo sardo nel deposito unico nazionale per le scorie radioattive o nel recettore di rifiuti industriali tossici provenienti da fuori, approfittando della bassa densità abitativa e dell’insularità per scaricare su di noi veleni indesiderati altrove.

6. Speculazione edilizia e privatizzazione dei litorali: L’assalto al patrimonio paesaggistico non si ferma. Dalla cementificazione delle coste al turismo d’élite che privatizza accessi al mare e risorse naturali, il territorio viene mercificato e sottratto alla fruizione delle comunità residenti.

7. Industrializzazione aliena e servitù energetico-tecnologica: L’imposizione di poli industriali obsoleti o impianti ad altissimo impatto (compresi i futuribili data center energivori e idrovori) strutturati al solo servizio di interessi finanziari esterni, che lasciano in Sardegna briciole occupazionali e costi ambientali incalcolabili.

8. Accaparramento delle risorse idriche: La progressiva corsa al controllo privato e industriale dei bacini idrici e delle risorse d’acqua dolci, bene primario essenziale che in tempi di siccità viene drammaticamente sottratto all’agricoltura e alle popolazioni locali o erogato a prezzi elevati senza alcun miglioramento del servizio. 

9. Militarizzazione e interventi politici di disgregazione sociale: Per prevenire la rivolta, i centri di potere applicano strategie raffinate di controllo: criminalizzazione del dissenso, presenza intimidatoria delle forze dell’ordine, lusinghe clientelari, azioni e narrazioni tossiche orchestrate dalla politica locale per dividere i comitati, spaventare i cittadini e disgregare la coesione del tessuto sociale.

Ci sfrutteranno in ogni modo possibile se non spezziamo questa catena. La deregolamentazione promossa da Draghi e dal Rhine Group serve esattamente a questo: privare i cittadini di qualsiasi appiglio legale o amministrativo per dire “no” al saccheggio di risorse. Una realtà che in Sardegna assumerebbe contorni particolarmente drammatici.

Le conseguenze sociali: diritti erosi, comunità espropriate e svuotamento democratico

Gli effetti di questo modello travolgono direttamente il tessuto sociale ed economico sardo, innescando una grave e profonda regressione dei diritti fondamentali.

In primo luogo, si compie lo svuotamento definitivo dell’Autonomia Speciale sarda e della democrazia di prossimità. L’accentramento decisionale preteso dalla tecnocrazia espropria i Comuni e la Regione di ogni reale facoltà di pianificazione territoriale. Decisioni che segneranno la vita dei paesi per i prossimi cinquant’anni vengono prese in vertici finanziari a Milano, Parigi, Francoforte o Zurigo, per poi essere ratificate da direttive e decreti emergenziali che azzerano la voce delle comunità locali.

In secondo luogo, la narrazione secondo cui la “competitività” e l’afflusso di capitali privati porterebbero benessere si rivela per ciò che è: un’ingannevole illusione ideologica:

Lavoro povero e transitorio: I cantieri impiegano pochissima manodopera locale, precarizzata e limitata alle sole fasi iniziali. Una volta operativi, gli impianti creano poca occupazione stabile, mentre distruggono le economie tradizionali e sostenibili legate ad agricoltura, allevamento, artigianato e turismo rispettoso.

Povertà energetica e beffa tariffaria: Mentre l’isola viene trasformata in una pila elettrica e in una cava di materia prima per il continente, i sardi continuano a pagare bollette energetiche e costi della vita tra i più alti d’Europa, ostaggio di un mercato disegnato su misura per i poteri finanziari.

Svalutazione della salute e spopolamento: Il degrado visivo, l’inquinamento acustico, elettromagnetico e chimico, unitamente alla svalutazione degli immobili rurali, riducono drasticamente la qualità della vita nei centri dell’interno. 

Togliere ai giovani la terra, la bellezza, la salute e la possibilità di decidere sul proprio futuro significa condannarli all’emigrazione forzata.

Infine, la logica del Rhine Group — che subordina la spesa pubblica e le tutele sociali al rendimento di mercato e ai vincoli di bilancio — condanna i territori insulari allo smantellamento progressivo di sanità, scuola e trasporti.

Se l’efficienza finanziaria diventa l’unico metro di giudizio, i servizi essenziali per un’isola a bassa densità abitativa vengono bollati come “costi inefficaci”, accentuando l’isolamento e la marginalizzazione del nostro popolo.

Invertire la rotta: l’ipotesi di una contro-spinta popolare e internazionale

Di fronte a un’offensiva di questa portata, la Sardegna non può rimanere sulla difensiva né limitarsi all’indignazione. Se i colossi della finanza e della tecnocrazia organizzano i propri centri d’influenza per smantellare le tutele pubbliche direttamente a livello europeo, è giunto il momento per il nostro popolo di alzare lo sguardo, superare le frammentazioni e iniziare a pensare in modo strategico.

Cosa accadrebbe se la Sardegna fosse in grado di mettere in campo una vera contro-spinta? 

Cosa potrebbe fare un ipotetico think tank popolare sardo — un centro d’azione e di elaborazione indipendente — capace di sfidare le logiche del Rhine Group direttamente sul terreno del diritto e delle corti europee?

Immaginare una simile prospettiva significa iniziare a misurarsi con la dimensione reale dello scontro:

Sfidare i Decreti nelle Corti Europee: Un organismo popolare di alto profilo potrebbe impugnare i decreti e le direttive deregolatrici dinanzi alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea e alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo prima della loro definitiva approvazione, facendo valere la violazione dei principi di precauzione, la tutela della biodiversità e il diritto inalienabile alla salute.

Alleanze strategiche internazionali: Nell’epoca di internet, non possiamo pensare che la Sardegna debba restare isolata nelle sue lotte. Una simile struttura avrebbe il potenziale per coordinarsi con una rete di centri civici, giuristi ambientali e movimenti autenticamente ecologisti presenti in tutta Europa — dai Paesi Baschi alla Corsica, dall’Irlanda alla Francia e alla Germania — integrando, o contribuendo a creare, un fronte comune contro il lobbyismo delle multinazionali.

Il valore inestimabile delle nostre eccellenze: La Sardegna dispone di intelligenze, competenze giuridiche, scientifiche e culturali di primissimo ordine, sparse nell’isola e nel mondo. Canalizzare queste energie all’interno di una visione collettiva permetterebbe di trasformare la resistenza locale in una battaglia d’avanguardia per i diritti di tutti i popoli periferici.

Questa non è una fantasia, ma una dimostrazione che le armi dell’intelligenza, della preparazione e del diritto possono tenere testa anche ai centri di potere più arroganti.

Affinché le scelte future possano maturare con la giusta forza, tuttavia, serve una condizione fondamentale: la consapevolezza dei sardi.

L’invito a ciascuno di noi è quello di restare svegli, vigili e profondamente informati. 

Mantenere alta l’attenzione, studiare le strategie di chi vuole decidere sulla nostra testa e coltivare la conoscenza dei fatti è l’unico modo per non farsi dividere né ingannare.

Solo così saremo pronti, quando saremo chiamati a farlo, a compiere le nostre scelte con la massima responsabilità e con la dignità di chi fa valere la legittima volontà di difendere la propria terra.

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