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L’inganno del metano: come Stato, Regione e multinazionali stanno ipotecando il futuro della Sardegna

Mentre dai palazzi della politica cagliaritana arrivano assordanti proclami sulla transizione ecologica, sulla difesa dei paesaggi dall’assalto delle rinnovabili selvagge e sul “Progresso della Sardegna”, i documenti ufficiali dei ministeri romani e delle autorità di regolazione energetica svelano un monumentale gioco di prestigio. Dietro lo specchietto delle allodole della decarbonizzazione si sta consumando l’ennesima operazione di speculazione industriale e colonizzazione infrastrutturale ai danni dei sardi.

Il 15 maggio 2026 è scattato un blitz amministrativo che taglierà in due l’isola con oltre 180 chilometri di trincee per il gasdotto centro-sud, imponendo vincoli di esproprio a migliaia di proprietari terrieri in 24 Comuni. Contemporaneamente, il porto industriale di Oristano si prepara a subire la servitù permanente di una nave rigassificatrice galleggiante (FSRU). Un’opera mastodontica, anacronistica e costosissima.

Chi paga questa infrastruttura fossile? I cittadini, direttamente in bolletta. A chi serve davvero? Non alle famiglie sarde, ma a una singola multinazionale privata in perenne stato di crisi. E chi ha permesso tutto questo? Una filiera politica lineare che unisce le scelte speculative del governo di Mario Draghi alla continuità amministrativa dell’attuale giunta regionale guidata da Alessandra Todde.

In questa inchiesta dettagliata, mappa e documenti alla mano, smontiamo pezzo per pezzo la propaganda del gas.

La genealogia del DPCM Sardegna: L’asse Draghi-Todde e la finta svolta energetica

Per comprendere come si sia arrivati all’avviso di esproprio del maggio 2026, è necessario fare un passo indietro e ricostruire la storia politica di questo progetto. La narrazione ufficiale vorrebbe far credere che l’attuale esecutivo regionale subisca le decisioni dello Stato centrale. La realtà documentale racconta un’altra storia.

L’architettura della metanizzazione sarda viene blindata durante il governo di Mario Draghi con il cosiddetto DPCM Sardegna (Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri), poi aggiornato e recepito negli accordi successivi fino al recente impianto attuativo. All’epoca della stesura di quel piano strategico fortemente orientato a soddisfare le lobby fossili nazionali (Snam in testa), la dottoressa Alessandra Todde ricopriva il ruolo di Viceministra dello Sviluppo Economico (MiSE), con la delega specifica alla gestione delle crisi industriali sarde, tra cui spiccano i dossier caldi di Portovesme ed Eurallumina.

È in quelle stanze ministeriali, sotto la regia di Mario Draghi, che viene teorizzato il modello della “Sardegna Hub del Gas”: un modello basato non sulle reali necessità di riscaldamento o consumo dei sardi, ma sulla necessità di trovare una valvola di sfogo agli investimenti infrastrutturali di Snam e di garantire ammortizzatori strutturali a industrie chimiche e metallurgiche obsolete.

La difesa pubblica del rigassificatore del porto avanzata dalla Presidente della Regione a metà maggio 2026, sul palco del Teatro Garau di Oristano, non è dunque una concessione dell’ultima ora a Roma, ma la coerente rivendicazione di una programmazione speculativa che lei stessa ha contribuito a tessere a livello statale negli anni passati. Il “pezzo regionale” dell’opera — la dorsale centro-sud — non è un’infrastruttura locale isolata, ma l’appendice fisica di un accordo di potere romano che usa il territorio sardo come laboratorio di profitto garantito per i giganti di Stato.

Il blitz degli espropri: 180 chilometri di servitù in 24 Comuni

Il braccio operativo di questa operazione si chiama Enura S.p.A., la joint-venture societaria controllata dal colosso pubblico Snam Rete Gas e da Società Gasdotti Italia (SGI). Il 15 maggio 2026, mentre l’attenzione pubblica era distratta dal dibattito sulle moratorie e sulle leggi d’urgenza contro le pale eoliche, Enura ha pubblicato l’avviso di avvio del procedimento per l’apposizione del vincolo preordinato all’esproprio e l’asservimento coattivo per il metanodotto denominato “Metanizzazione Sardegna – Tratto Centro-Sud e relative derivazioni”.

L’impatto geografico dell’opera

Non siamo di fronte a piccoli interventi di rete, ma a un’arteria di acciaio ad alta pressione che sventrerà le pianure agricole più fertili dell’isola:

Tracciato Principale: Oltre 147,4 chilometri di condotta dorsale.

Linee di Derivazione Secondaria: Altri 80 chilometri per collegare i vari poli industriali e i nodi di snodo.

I Comuni coinvolti: L’elenco ufficiale dei 24 Comuni sotto esproprio attraversa quattro aree provinciali (Oristano, Medio Campidano, Sulcis Iglesiente e Città Metropolitana di Cagliari). I territori più devastati dal passaggio dei cantieri e dai vincoli permanenti sono i motori dell’agricoltura e dell’allevamento del Campidano e del Terralbese: Oristano, Santa Giusta, Arborea, Terralba, San Nicolò d’Arcidano, Uras, Mogoro, Sardara, Sanluri, Guspini, Gonnosfanadiga, Villacidro, Serramanna, Samassi, Villasor, Decimoputzu, Siliqua, Iglesias, Domusnovas, Musei, Villamassargia, Carbonia, Portoscuso e San Giovanni Suergiu.

Cosa significa “Asservimento Coattivo” per i proprietari sardi

La propaganda presenta l’opera come sotterranea e quindi “invisibile”. Per chi possiede la terra, la realtà è drammatica. L’asservimento coattivo comporta l’istituzione di una fascia di servitù permanente (generalmente ampia 40 metri lungo tutto il tracciato del tubo) che impone:

 1. Divieto assoluto di edificazione: Impossibilità di realizzare qualsiasi struttura, stalla, pertinenza agricola, muretto a secco o recinzione stabile.

 2. Limitazioni colturali severe: Divieto assoluto di piantumazione di alberi a fusto profondo (oliveti, frutteti, vigneti moderni) le cui radici potrebbero interferire con il rivestimento della condotta.

 3. Compromissione idrogeologica: Lo scavo in trincea rompe irreversibilmente le reti di drenaggio naturale dei terreni e i sistemi di irrigazione artificiale consorziali, un danno incalcolabile per le aziende zootecniche e agricole di Arborea e del Terralbese.

La beffa finale è nei tempi: i sardi hanno tempo solo fino al 14 giugno 2026 per presentare osservazioni tecniche. Trenta giorni per difendersi da un progetto pianificato per anni nei ministeri romani.

La truffa dei costi in bolletta: Il documento ARERA dco 135/2026/R/gas

Il pilastro retorico utilizzato da Alessandra Todde e dai sostenitori della metanizzazione è la “competitività economica”: il gas servirebbe ad abbassare i costi energetici della Sardegna, storicamente più alti rispetto alla penisola per l’assenza del metano. I documenti regolatori dicono l’esatto contrario.

Per scoprire chi paga davvero i tubi di Snam ed Enura, bisogna spulciare i testi tecnici dell’ARERA (l’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente). Nel recente documento di consultazione tariffaria dco 135/2026/R/gas (aperto alle osservazioni fino al 15 giugno 2026), i numeri della speculazione finanziaria sono messi nero su bianco.

Gli investimenti garantiti alle multinazionali

La costruzione della sola “Fase 1” (il tratto Centro-Sud oggetto degli espropri attuali) prevede:

 Capex (Capitale di investimento iniziale): 539,6 milioni di euro.

 Opex (Costi operativi annuali di gestione): 7,6 milioni di euro all’anno.

Nessuna azienda privata rischierebbe mezzo miliardo di euro di tasca propria in un’isola in via di spopolamento e con un tessuto industriale fragile. E infatti Enura e Snam non rischiano nulla. Il sistema di regolazione tariffaria italiano prevede che gli investimenti nelle reti di trasporto del gas vengano remunerati dallo Stato con una tariffa garantita (il meccanismo della RAB – Regulatory Asset Base). Significa che lo Stato assicura alle multinazionali un profitto pulito intorno al 5-6% su ogni singolo euro speso per scavare le terre sarde.

Il trappolone dell’Ambito Sardegna

Il punto critico sollevato nel documento ARERA riguarda la creazione dello specifico “Ambito Tariffario Sardegna”. Nonostante i tentativi politici di chiedere una “perequazione nazionale completa” (ossia spalmare i costi dei tubi sardi sulle bollette di tutti gli italiani), i nodi stanno venendo al pettine.

Se i costi di questo investimento da 539 milioni di euro non verranno interamente sussidiati dal resto d’Italia — ipotesi tutt’altro che scontata date le regole di mercato europee — l’ammortamento dell’opera ricadrà interamente sulle tariffe di trasporto locali. Poiché la popolazione sarda è numericamente esigua (meno di 1,6 milioni di abitanti) e i consumi civili stimati sono ridicoli, la quota pro-capite per coprire il mezzo miliardo di investimenti di Snam si tradurrà in un mostruoso sovraccarico sulle bollette del gas dei sardi. Pagheremo il metano più caro d’Europa per finanziare un’infrastruttura che devasta le nostre campagne.

Oristano e il ricatto della nave FSRU: La rivolta dei portuali e del CIPOR

Il terminale costiero di questa rete speculativa è il porto industriale di Oristano (Santa Giusta). Qui è previsto l’ormeggio stabile di una FSRU (Floating Storage and Regasification Unit), una vera e propria fabbrica galleggiante ad alto rischio che riceverà il gas naturale liquefatto (GNL) dalle navi gasiere criogeniche per riportarlo allo stato gassoso e immetterlo nella dorsale di Enura.

Durante la sua recente visita a Oristano, la Presidente Todde ha cercato di rassicurare la cittadinanza definendo la nave un’opera “strategica, transitoria e amovibile, fondamentale per dare competitività alle imprese del centro-isola”. Una versione smentita in modo radicale dagli stessi gestori del porto.

I dubbi scritti del Consorzio Industriale (CIPOR)

Il consiglio d’amministrazione del Consorzio Industriale Provinciale Oristanese (CIPOR), che gestisce lo scalo e l’area industriale, ha sollevato pesantissime riserve tecniche e istituzionali, inviando atti formali di contestazione. I tecnici del porto e i rappresentanti delle imprese locali evidenziano quattro criticità distruttive:

1. IPOTECA SULLO SVILUPPO: Blocca i piani di espansione commerciale già programmati e finanziati per lo scalo di Santa Giusta.

2. ZONE DI ESCLUSIONE: Le rigassificatrici impongono vincoli di divieto di navigazione e specchi acquei interdetti alle altre navi. 

3. MARGINALIZZAZIONE: Il territorio è stato totalmente escluso dalla progettazione, calata dall’alto senza concertazione locale.

4. RISCHIO AMBIENTALE: Impianto ad alto rischio di incidente a ridosso delle aree umide protette e dei centri abitati. 

Il congelamento dello scalo: Il porto di Oristano movimenta oltre 1,3 milioni di tonnellate di merci all’anno ed è l’unico polmone economico della Sardegna centrale. La presenza fissa della nave FSRU e delle condotte sottomarine di collegamento crea un’interferenza strutturale con i moli commerciali. Di fatto, l’intera programmazione di sviluppo del porto viene congelata per fare spazio alle esigenze di Enura.

La paralisi del traffico marittimo: Le norme internazionali di sicurezza per i terminali GNL e le navi FSRU impongono l’istituzione di rigide “zone di rispetto” e di esclusione totale dello specchio acqueo circostante. Quando una gasiera è in manovra o in fase di scarico, le altre attività portuali (merci, rinfuse, navi commerciali standard) rischiano il blocco o forti ritardi. Lo scalo si trasforma da porto commerciale polivalente a servitù energetica mono-dedicata.

L’allarme della sicurezza a ridosso degli stagni: Il CdA del CIPOR ha messo nero su bianco la richiesta perentoria che “venga messa in primo piano la tutela della salute e la sicurezza delle persone che gravitano nell’area”. Il posizionamento di un impianto industriale di stoccaggio di idrocarburi liquidi a ridosso dello stagno di Santa Giusta — un ecosistema protetto dalle convenzioni internazionali e risorsa per la pesca locale — rappresenta una minaccia ambientale costante, temuta fortemente dai lavoratori portuali e dalle comunità locali.

Il paradosso Eurallumina: Una dorsale da mezzo miliardo per una multinazionale privata.

Il castello di carte della metanizzazione crolla definitivamente quando si esamina la destinazione d’uso del gas. La propaganda politica insiste sull’utilità pubblica dell’opera: “Serve per portare il riscaldamento nelle case dei sardi e per abbassare i costi delle piccole imprese”. I piani decennali di Snam e i flussi di consumo stimati al 2030 svelano una realtà numerica imbarazzante.

Su un volume di consumo regionale stimato a regime intorno ai 600 milioni di standard metri cubi (Smc) all’anno:

Oltre il 59% (363 milioni di Smc) servirà esclusivamente a coprire il fabbisogno termico dello stabilimento Eurallumina di Portovesme.

Circa il 30% (185 milioni di Smc) andrà ad altre utenze industriali pesanti concentrate nei medesimi agglomerati storici della chimica di Stato.

Meno del 10% (appena 59 milioni di Smc) è la quota stimata per i consumi civili, domestici e del terziario dell’intera popolazione sarda.

Ci troviamo di fronte a un paradosso politico e giuridico scandaloso. Lo Stato italiano, con la complicità della Regione Sardegna, sta attivando le procedure di esproprio forzato delle terre dei cittadini sardi invocando la “pubblica utilità” dell’opera, quando l’opera serve quasi interamente ad alimentare la centrale termica privata di una multinazionale della raffinazione della bauxite (la Rusal, colosso russo dell’alluminio), uno stabilimento che da oltre un decennio vive esclusivamente di cassa integrazione, decreti salva-stabilimento e promesse di rilancio mai realizzate.

I terreni degli agricoltori del Campidano e del Terralbese vengono sacrificati sull’altare di un fallimento industriale privato del Sulcis, scaricando i costi infrastrutturali sulle bollette collettive.

Il capolavoro speculativo: L’asse Snam-Terna e la doppia servitù dei Sardi

Il quadro d’insieme mostra un disegno coloniale perfetto, in cui la Sardegna subisce la spartizione del proprio mercato territoriale ed energetico da parte dei due più grandi monopoli di Stato: Terna per l’elettricità e Snam (Enura) per il gas.

Il grande inganno risiede nella parcellizzazione della comunicazione politica. Da un lato, ci dicono che dobbiamo accettare la devastazione delle nostre colline con le pale eoliche e i pannelli fotovoltaici perché dobbiamo “abbandonare il fossile e salvare il pianeta”. Per esportare questa energia elettrica prodotta distruggendo il suolo sardo, Terna sta costruendo il Tyrrhenian Link, un mega-cavo sottomarino da 3,7 miliardi di euro che collegherà l’isola alla Campania e alla Sicilia. Dall’altro lato, contemporaneamente, gli stessi attori politici ci dicono che dobbiamo accettare le navi rigassificatrici nei porti e i tubi del gas nei campi perché c’è bisogno del metano fossile per far funzionare le industrie.

È il capolavoro della speculazione energetica:

 1. Si espropriano i terreni sardi per produrre energia elettrica da fonti rinnovabili che non resterà nell’isola, ma verrà venduta sul mercato nazionale.

 2. Si riespropriano gli stessi territori sardi per far passare i tubi di un gas fossile che serve a tenere in vita un modello industriale novecentesco e fallimentare.

I sardi si ritrovano così aggrediti da due fronti: pagano il prezzo ambientale della transizione elettrica per l’Italia e pagano il prezzo economico e territoriale della metanizzazione fossile per le multinazionali.

La scadenza del 14 giugno: l’ultima possibilità

La metanizzazione della Sardegna non ha nulla di ecologico, nulla di economico e nulla di utile per il popolo sardo. È una gigantesca operazione di trasferimento di ricchezza pubblica — estratta dalle tasche dei cittadini tramite le bollette regolate dall’ARERA — verso i bilanci di Snam ed Enura, garantendo profitti certi ad azionisti speculativi sulla pelle dei proprietari terrieri e della sicurezza del porto di Oristano.

La data del 14 giugno 2026 non rappresenta una semplice scadenza tecnica. È la linea di confine tra la sottomissione passiva a un piano coloniale concepito ai tempi del governo Draghi e la difesa cosciente della sovranità territoriale sarda. Informare le comunità locali, sostenere i proprietari espropriati del Campidano e appoggiare la resistenza dei lavoratori del porto di Oristano è l’unico modo per bloccare l’ennesimo assalto alla nostra terra.




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