Veduta aerea dell'isola di Tavolara e delle sue isole, Sardegna – Contesto dell'inchiesta sull'estrattivismo costiero a Cala Finanza.
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La democrazia in deroga: l’identità del Mediterraneo cancellata dai decreti

Quando i decreti d’urgenza e i commissariamenti diventano la normalità, la democrazia smette di funzionare. Nel cuore del Mediterraneo, l’isola di Sardegna è diventata un laboratorio di espropriazione giuridica e materiale. Sfruttando lo scudo dei decreti d’urgenza e delle deroghe speciali, lo Stato italiano e i grandi capitali multinazionali stanno smantellando l’economia rurale e privatizzando le coste protette. Se l’azzeramento dei diritti e delle leggi territoriali può consumarsi con questa facilità, per decreto, proprio nel centro del cosiddetto Occidente civile, significa che nessuna tutela ordinaria ci tiene al sicuro, ovunque ci troviamo.

Il furto della rappresentanza e il disarmo politico

Il processo di espropriazione coatta della Sardegna inizia con la neutralizzazione della sua rappresentanza politica, attuata per impedire sul nascere qualsiasi tentativo di autogoverno istituzionale. Uno strumento fondamentale per il raggiungimento di questo scopo è la legge elettorale regionale che, d’intesa con le segreterie dei partiti centrali italiani, ha introdotto soglie di sbarramento antidemocratiche in un territorio denso di differenze e specificità. Questa barriera, unita a una propaganda capillare basata su favori, logiche clientelari e promesse assistenziali, ha costretto le forze endemiche e indipendentiste all’isolamento o all’assorbimento all’interno delle coalizioni nazionali. Il risultato è stato l’inquinamento sistematico dei partiti sardi, a partire dal Partito Sardo d’Azione fondato da Emilio Lussu. Le frange che scelgono di restare indipendenti si scontrano con l’impossibilità di partecipare al gioco senza piegarsi alle regole sporche del sistema centrale, che alimenta arrivismo, protagonismo e dinamiche tossiche.

Questo deficit democratico si amplifica drammaticamente su scala sovranazionale. Nelle elezioni per il Parlamento Europeo, la Sardegna è storicamente accoppiata in un’unica macro-circoscrizione con la Sicilia, la cui densità demografica nettamente superiore annulla di fatto la possibilità per il popolo sardo di eleggere rappresentanti diretti capaci di tutelarne gli interessi specifici a Bruxelles. Davanti a questo vuoto di potere, la classe politica locale ha adottato una strategia di totale disimpegno: i rappresentanti regionali scelgono la via dell’auto-assoluzione, giustificando la propria inerzia con la formula del “non decidiamo noi” e sottomettendosi passivamente agli ordini che arrivano da livelli amministrativi gerarchicamente superiori, siano essi decreti romani o normative europee. I rari ricorsi e tentativi di regolamentazione sono volutamente deboli, presentati solo per essere respinti e poter scaricare la colpa altrove.


Dallo sfruttamento storico alla speculazione energetica

Storicamente inserita nelle dinamiche centrali con funzioni subalterne — risorsa mineraria da estrarre, deposito di legname a spese dei boschi locali, retrobottega tossico, base militare, periferia per confinati e parco giochi stagionale per il turismo di lusso — la Sardegna ha subito un notevole peggioramento di questo suo ormai consolidato ruolo di colonia con l’avvento della transizione ecologica. Questa grande operazione finanziaria ha decretato l’utilità dell’isola per molteplici risorse strategiche, trasformandola nella merce di scambio ideale per il governo centrale nei confronti di pretese estere. 

Come accade nella maggior parte del sud e centro Italia, anche in Sardegna lo Stato italiano ha spianato la strada ai soggetti privati attraverso decreti governativi d’urgenza. Protette dalle scelte dell’esecutivo e avallate dalle decisioni della magistratura, le società private possono oggi espropriare e deliberare sui territori, negando ai locali il diritto costituzionale e statutario di difendere i beni ambientali, culturali e paesaggistici. Questa privazione di diritti non investe solo le motivazioni dei cittadini, ma esautora gli stessi enti pubblici dai loro precisi compiti istituzionali di tutela del territorio. L’esempio più macroscopico è il precedente del mega-progetto eolico della ERG. Nonostante la totale e formale opposizione espressa dal Ministero della Cultura, il Ministero della Transizione Ecologica (MASE) guidato da Roberto Cingolani (ora AD di Leonardo) ha trovato totale convergenza nella Presidenza del Consiglio, dove il capo del governo Mario Draghi ha fatto propria la linea del MASE, approvando l’opera d’autorità con una delibera del Consiglio dei Ministri che ha azzerato i pareri tecnici negativi, sancendo il definitivo declassamento della tutela del patrimonio storico e del paesaggio a priorità di secondo ordine rispetto alle esigenze dei grandi gruppi industriali.

Lo smantellamento rurale e l’abbattimento zootecnico

Negli scorsi anni, l’imposizione di sacrifici e la privazione di diritti perpetrati per la penetrazione degli impianti di energia rinnovabile si è estesa ad altri contesti. Dallo scorso anno, l’attacco mirato al comparto rurale si esprime con decisioni che danneggiano e bloccano lo sviluppo del patrimonio agricolo e zootecnico dell’interno. Il caso più eclatante è quello della dermatite bovina. Utilizzando come scudo legale il Regolamento UE 2016/429 (Animal Health Law), le autorità sanitarie applicano la misura radicale dello stamping out (l’abbattimento totale delle mandrie) al rilevamento di un singolo caso di positività alla Dermatite Nodulare Bovina (LSD). Mandrie sane di bovini endemici, cresciuti allo stato brado, vengono interamente massacrate per non sporcare i registri commerciali dei mercati continentali, mentre la politica locale si limita a scaricare la colpa sulle normative europee.

Agli allevatori vengono imposte campagne di vaccinazione coatta che causano sul campo aborti, sterilità e moria di vitelli, senza che questo salvi gli animali superstiti dal rischio di abbattimento preventivo. Chi chiede riscontri scientifici o garanzie si vede piombare in azienda decine di agenti delle forze dell’ordine in assetto antisommossa, che impongono l’entrata dei veterinari e allontanano i vicini e i comitati accorsi a dare solidarietà. Questa gestione militare di una semplice emergenza sanitaria è perfettamente in linea con un piano mirato a distruggere le risorse di sopravvivenza autonoma dell’isola e promuovere lo spopolamento feroce delle campagne. Le aziende tradizionali sono costrette a dipendere dalle compensazioni statali e dai favori politici, i campi vengono ceduti dietro compenso o minaccia, mentre avvoltoi finanziari e malviventi di ogni specie e rango prosperano.

L’estrattivismo costiero: il caso Cala Finanza

Il modello del bypass gerarchico ha ultimamente iniziato a trovare la sua applicazione più devastante e spudorata nel settore immobiliare di lusso a Cala Finanza, nel comune di Loiri Porto San Paolo, in Gallura. Qui, la società milanese Tavolara Bay s.r.l. e il Gruppo Fasano, multinazionale brasiliana, hanno pianificato la privatizzazione e l’edificazione di circa 50 ettari di costa sottoposta a vincolo di conservazione integrale, prevedendo un hotel a 5 stelle, 30 villette, un campo da golf e attracchi per yacht in un mare sotto tutela. 

Per capire come sia possibile che un’area di così alto pregio ambientale al centro del Mediterraneo venga aggredita dalle multinazionali, bisogna guardare dentro, non fuori. L’operazione è stata legalmente possibile grazie alla delibera della giunta comunale del paese di pertinenza, che ha votato per trasformare l’area da zona tutelata a zona turistica. Nonostante la successiva conferenza di servizi avesse raccolto ben cinque pareri negativi insuperabili da parte della Soprintendenza di Sassari, del Corpo Forestale e di tre Direzioni Generali della Regione Sardegna, il progetto è stato autorizzato a Roma.

Il 9 febbraio 2026, la Presidenza del Consiglio, sfruttando le deroghe della ZES Unica, ha emanato l’autorizzazione finale per dare il via ai lavori, azzerando l’intero sistema di tutele sarde. Sul territorio, i cittadini si sono trovati davanti a recinzioni fino alla spiaggia e ginepri protetti abbattuti per aprire piste carrabili, il tutto all’interno di un cantiere privo del cartello d’inizio lavori obbligatorio. Di fronte all’abuso, non fidandosi più delle istituzioni, la popolazione ha chiesto l’intervento degli attivisti e dei comitati, scoprendo solo in quel momento il tradimento del proprio sindaco, che ha agito come facilitatore per legittimare l’operazione.


La manipolazione mediatica e la risposta della società civile

Per rendere digeribile questa occupazione, i mass media mainstream nazionali attuano una feroce propaganda contraria. Le resistenze sarde vengono sistematicamente colpevolizzate e dipinte come retrograde e antieconomiche, accusando i cittadini, i comitati e gli allevatori di essere irresponsabili e di causare problemi di vario genere all’intero Stato italiano. Questa narrazione divide il tessuto sociale: la maggioranza urbanizzata della popolazione tende a restare intrappolata nel limbo della propaganda del progresso, mentre gli abitanti delle zone rurali, che vivono sulla propria pelle gli espropri, gli abbattimenti e la devastazione dei loro luoghi di lavoro, sviluppano una coscienza lucida e vigile della condizione coloniale.

I Sardi, tuttavia, smentiscono con l’evidenza il tentativo di farli passare per bifolchi ignoranti: l’isola vanta una densità storica, culturale e intellettuale espressa da figure di rilevanza internazionale. Ha dato i natali a personalità di rilievo come una premio Nobel, scienziati, giuristi, artisti, architetti, politici e filosofi, fino a toccare il mondo della moda, dello spettacolo e dello sport. Oggi quella stessa cultura che ha cullato tante eccellenze si misura con una realtà durissima. Il dibattito è vivo e la paura per il futuro del territorio è tangibile.

L’urgenza scavalca i confini dell’isola per interloquire direttamente con le realtà e i cittadini che, in tutta Europa, si trovano a subire le stesse logiche di coercizione sui propri territori e sui diritti fondamentali. Ai sardi, costretti a emigrare per trovare prospettive, ma che riconoscono nei propri successi il patrimonio genetico e culturale della Sardegna, chiediamo di mettere a disposizione le proprie competenze e l’autorevolezza nel proprio campo per stare al fianco del popolo sardo che nonostante tutto rifiuta di arrendersi.

A chiunque avverta la gravità di questa deriva, chiediamo di dare eco alla nostra voce.

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